venerdì, marzo 16, 2007
IL CENTROSINISTRA IN ITALIA (seconda parte)
Concludiamo il racconto dell’avvio del centrosinistra in Italia preceduto da una scheda biografica su Aldo Moro, che fu il principale artefice di questa svolta politica.
Nella seconda parte portiamo a termine la storia della bandiera italiana descrivendone le caratteristiche. Buona lettura.
29 anni fa, nella stessa ora in cui vi viene inviato questo bollettino, brutali forze reazionarie contigue all’area dell’estrema sinistra rapivano il presidente della DC Aldo Moro e massacravano cinque servitori dello Stato che costituivano la sua scorta.
Nelle due righe soprastanti, che siamo sicuri non mancheranno di farvi discutere, sono racchiusi i temi di un incontro che il Settore Attualità e Storia organizzerà in un weekend di settembre 2007. Seguiranno i dettagli organizzativi.
LA SCHEDA
ALDO MORO (1916-1978)
Laureatosi in giurisprudenza all’Università di Bari nel 1938, Moro insegnò diritto penale e istituzioni di diritto penale a Bari e a Roma. Nel 1939 divenne presidente della FUCI (Federazione Universitaria Cattolica Italiana), nella quale si formò buona parte della classe dirigente cattolica. Nel 1945 divenne presidente dell’associazione laureati dell’Azione cattolica e nel 1946 venne eletto all’assemblea costituente. Fece parte della commissione dei Settantacinque, che provvide all’elaborazione materiale del testo costituzionale. Eletto deputato nel 1948 nel collegio di Bari, ove venne rieletto fino al 1976, Moro, dopo aver fatto parte come sottosegretario degli Esteri del quinto governo De Gasperi, nel 1953 fu eletto presidente del gruppo DC alla Camera. Ministro di Grazia e Giustizia nel primo governo Segni e della Pubblica istruzione nel governo Zoli e nel secondo ministero Fanfani, il 16 marzo 1959 venne eletto segretario della DC al posto di Fanfani, sfiduciato dalla maggioranza nella riunione del convento di Santa Dorotea a Roma.
Guidò il partito all’apertura a sinistra, attentissimo a far convogliare tutto il grande corpo della DC, nella quale al centro-sinistra si opponevano le destre di Andreotti e Scelba, all’alleanza con i socialisti. Memorabile fu il suo intervento al congresso di Napoli del gennaio 1962 quando, dopo un intervento di sette ore, convinse anche i più recalcitranti a dare via libera all’accordo.
Presidente del consiglio dal dicembre 1963 alle elezioni del 1968, i suoi governi di centro-sinistra, per quanto di durata superiore alla media italiana, si rivelarono sostanzialmente immobili, tesi più a salvaguardare la formula che a riformare il Paese. Dopo l’esito delle elezioni del 1968, ritenute deludenti dal partito, non fu riconfermato alla guida del governo. Il movimento del ’68 fu per Moro occasione di riflessione politica. Prese le mosse dall’insoddisfazione della società italiana e delle giovani generazioni la ricerca di una nuova fase della vita politica, che si espresse nella “strategia dell’attenzione” nei confronti del PCI.
All’opposizione interna della DC, Moro fu ministro degli Esteri in quattro governi guidati da Rumor. Alla caduta di quest’ultimo, nell’ottobre 1974 ritornò a Palazzo Chigi alla guida di un governo con La Malfa vicepresidente del consiglio. Dimessosi nel gennaio 1976, formò un ultimo ministero per condurre il Paese alle elezioni anticipate.
Nel luglio 1976 venne eletto presidente della DC, guidata dal luglio dell’anno precedente da un uomo a lui molto vicino, Benigno Zaccagnini. Moro condusse il suo partito alle trattative per la formazione di un governo che vedesse il sostegno del PCI. In una prima fase, ciò si tradusse nella formula del governo delle astensioni, un monocolore democristiano sorretto dalle astensioni degli altri partiti, a cominciare dal PCI. Dopo una estenuante trattativa durata 55 giorni, nella primavera del 1978 si aprì una nuova fase che prevedeva un monocolore democristiano, presieduto sempre da Andreotti, con il sostegno esterno degli altri partiti (PCI compreso). Era la formula della “solidarietà nazionale”, che apriva la terza fase della storia politica italiana nella quale, aveva compreso Moro, era esaurita l’egemonia democristiana e si poneva il problema del governo dell’effettivo pluralismo.
Il 16 marzo 1978, il giorno in cui la Camera doveva discutere la fiducia al governo, Moro venne rapito in via Fani e i cinque uomini della sua scorta furono assassinati. La sua prigionia durò 55 giorni e si concluse tragicamente il 9 maggio 1978, con la sua esecuzione da parte dei terroristi delle Brigate Rosse.
IL CONTESTO
A partire dal ’63, il processo riformatore fu praticamente bloccato, anche per il manifestarsi dei primi segni di crisi economica, che sembravano suggerire una politica più cauta. Inoltre, si faceva sempre sentire il peso delle forze ostili al centro-sinistra, che annoveravano tra le loro file, oltre alla destra economica, anche le alte gerarchie militari (nell’estate del ‘64 si diffusero voci di un progetto di colpo di Stato promosso dal generale De Lorenzo, capo sei servizi segreti delle forze armate) e lo stesso presidente della Repubblica, il democristiano Antonio Segni. Ma gli ostacoli più seri a una politica innovatrice venivano dall’interno della coalizione governativa, in particolare dall’esigenza della DC di mantenere unito il composito fronte di forze economiche e sociali che costituiva la sua base di consenso: un fronte in cui le istanze di rinnovamento erano nettamente minoritarie rispetto al peso dei gruppi moderati che avevano accettato a malincuore la politica di centro-sinistra. Nell’atteggiamento della DC agivano anche la visione solidaristica della politica e il rifiuto ideologico di scelte radicali che erano tipici della cultura cattolica e si riflettevano nel modo di operare di un leader come Aldo Moro, tendente a risolvere i contrasti col compromesso e la mediazione (anche a costo di un progressivo svuotamento dei connotati originari del programma di governo).
Se la DC riuscì in questo modo a mantenere la sua unità, il PSI pagò la partecipazione al governo con una riacutizzazione dei dissensi interni e con una nuova scissione: nel gennaio 1964 la minoranza di sinistra – che si opponeva alla scelta governativa e non voleva rinunciare all’alleanza con il PCI – diede vita al Partito Socialista di Unità Proletaria (PSIUP).
Nella stessa maggioranza del PSI, come abbiamo visto nel numero 24, si fronteggiavano due linee diverse: una impersonata da Riccardo Lombardi, sosteneva che le riforme dovevano essere “di struttura” e fungere da strumento per il cambiamento del sistema economico-sociale; l’altra, che faceva capo a Pietro Nenni, era attenta soprattutto alla modifica degli equilibri politici e mirava all’unificazione con il PSDI. La fusione sarebbe stata in effetti realizzata nell’ottobre 1966, ma i due partiti si sarebbero nuovamente separati tre anni dopo, in seguito all’esito deludente delle elezioni del ’68. Il disegno di un rafforzamento socialista fallì, in buona sostanza, sia per l’incidenza della scissione del PSIUP (che nel ’68 raccolse il 4,5% dei voti) sia per l’ampliamento dei consensi del PCI.
Un importante tassellalo per lo sviluppo della politica di centro-sinistra fu anche l’elezione del presidente della Repubblica che si tenne nell’agosto del 1964 a causa dell’impossibilità di Antonio Segni (eletto nel 1962) a continuare il suo mandato, poiché colpito l’11 agosto da una trombosi.
L’elezione di Segni nel 1962 era avvenuta dopo una lunga contrapposizione con Saragat e aveva potuto realizzarsi con i voti della destra liberale, monarchica e missina. Era stato il prezzo che Moro aveva pagato all’unità della DC, da cui era maturato il diktat moderato all’operazione di centro-sinistra. Nel 1964 la situazione era cambiata. I dorotei ormai erano dominanti e si voleva quindi un candidato che ristabilisse gli equilibri interni della DC. Fu scelto Fanfani, che tentò di far convergere su di sé i voti della destra DC con quelli di PSI e PCI. L’operazione non riuscì, soprattutto per l’opposizione della maggioranza DC guidata da Moro, che aveva candidato Leone. I veti incrociati delle due aree della DC su Fanfani e Leone finirono con il ritiro delle due candidature e la convergenza dei voti su Saragat (eletto il 28 dicembre 1964 dopo ben 21 scrutini), una candidatura che per i dorotei di Moro rappresentava il pericolo minore per la strategia di centro-sinistra.
L’unico a uscire rafforzato da questa battaglia per l’elezione del presidente della Repubblica fu Moro, che si era assicurato al Quirinale un sicuro alleato, anche nei confronti della maggioranza del suo partito.
Nonostante le difficoltà incontrate fin dai suoi esordi, la formula di centro-sinistra sarebbe durata, con fasi alterne e interruzioni, per oltre un decennio, con i governi presieduti fino al’68 da Moro, poi da Mariano Rumor (1969 e 1970) e da Emilio Colombo (1970 e 1971 ), ma si sarebbe progressivamente esaurita, rivelandosi inadeguata a fronteggiare i problemi di una società sempre più articolata e percorsa da un’elevata conflittualità politica e sindacale.
ATTUALITÀ
La bandiera italiana
Dopo la nascita della Repubblica, un decreto legislativo presidenziale del 19 giugno 1946 stabilì la foggia provvisoria della nuova bandiera, confermata dall'Assemblea Costituente nella seduta del 24 marzo 1947 e inserita all'articolo 12 della nostra Carta Costituzionale. E perfino dall'arido linguaggio del verbale possiamo cogliere tutta l'emozione di quel momento. PRESIDENTE [Ruini] - Pongo ai voti la nuova formula proposta dalla Commissione: "La bandiera della repubblica è il tricolore italiano: verde, bianco e rosso, a bande verticali e di eguali dimensioni". (E' approvata. L'Assemblea e il pubblico delle tribune si levano in piedi. Vivissimi, generali, prolungati applausi.).
Repubblica Italiana, 2 giugno 1946.
L'importanza di questo passaggio è testimoniata dall'inserimento nella Costituzione di un articolo - il 12 - compreso tra i principi fondamentali ad esso dedicato: "La bandiera della Repubblica è il tricolore italiano: verde, bianco e rosso, a tre bande verticali di eguali dimensioni".
La bandiera della Marina Militare (1947)
Nel 1947 oltre alla bandiera nazionale vengono definite anche la bandiera usata dalla marina mercantile, che reca sulla banda bianca uno stemma nei cui quadranti compaiono gli stemmi delle quattro Repubbliche marinare (Amalfi, Genova, Pisa e Venezia); e quella della Marina Militare, nella quale lo stemma è sovrastato da una corona turrita e rostrata, ricordo dell'ammiraglio romano Caio Duilio e delle sue vittorie contro Cartagine.
Un’altra differenza è che nella bandiera della Marina Militare il leone di San Marco (simbolo di Venezia) ha il libro chiuso, la coda alzata e regge una spada (come nella bandiera di guerra della Repubblica di Venezia).
La bandiera della Marina Mercantile (1947)
I toni cromatici dei colori della bandiera della Repubblica Italiana sono definiti dalla circolare della Presidenza del Consiglio dei Ministri del 2 giugno 2004, UCE 3.3.1/14545/1, con i seguenti codici Pantone tessile, su tessuto stamina (fiocco) di poliestere, e dal Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri 14 aprile 2006: "Disposizioni generali in materia di cerimoniale e di precedenza tra le cariche pubbliche". (GU 174 del 28 luglio 2006), sono: il verde prato brillante (17-6153), il bianco latte (11-0601) e il rosso pomodoro (18-1662).
Il colore nazionale dell'Italia è invece l'azzurro il quale campeggia parallela-mente alla bandiera in eventi militari, sportivi ed istituzionali.
FONTI E APPROFONDIMENTI
La Storia d’Italia, Grandi Opere di UTET Cultura, Vol. 22 “Dal centrismo all’esperienza del centro-sinistra”, La biblioteca di Repubblica, Roma, 2004
Il mondo contemporaneo dal 1848 a oggi di G. Sabbatucci e V. Vidotto, Bari, Laterza, 2005
A.A.V.V., Enciclopedia della storia universale, Novara, De Agostini, 2000
Attualità: www.corriere.it , http://it.wikipedia.org/wiki/Bandiera_italiana e http://www.quirinale.it/simboli/tricolore/tricolore.htm
A.A.V.V., Enciclopedia universale Rizzoli Larousse, Rizzoli, Milano 2002; 1971 e aggiornamenti su CDRom
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Etichette: attualità, centro sinistra, politica, storia, tricolore
IL CENTROSINISTRA IN ITALIA (prima parte)
Concludiamo il racconto delle vicende politiche italiane degli Anni Cinquanta e Sessanta con l’accordo che portò per la prima volta in Italia dal 1948 esponenti del partito socialista al governo.
Nella seconda parte, poiché il 7 gennaio 2007 è il 210° anniversario della nascita del Tricolore, descriviamo la storia della bandiera italiana. Buona lettura.
I FATTI
Fanfani il 26 luglio 1960 forma un governo monocolore democristiano con PSDI, PRI e PLI. Nella votazione per la fiducia al nuovo governo i socialisti si astengono.
27 gennaio 1962 congresso DC a Napoli: Aldo Moro pronuncia un lungo discorso di apertura verso i socialisti.
La prudente apertura a sinistra riscuote l’adesione dell’80% del partito.
22 febbraio 1962: governo Fanfani con l’appoggio esterno dei socialisti.
6 maggio 1962: eletto Antonio Segni alla presidenza della Repubblica, con l’appoggio anche della destra parlamentare.
27 novembre 1962: approvata la nazionaliz-zazione dell’energia elettrica
29 dicembre 1962 approvata l’introduzione della cedolare d’acconto sulle azioni quotate in Borsa.
28 aprile 1963 elezioni: cala la DC del 4%,, raddoppiano i voti i liberali all’opposizione del governo di centrosinistra dal 3,5 al 7%, avanzano anche i socialdemocratici (+1,8%), stabili i socialisti, aumenta il PCI del 2,6%.
In seguito alle elezioni si dimette Fanfani e viene nominato Presidente del Consiglio Giovanni Leone (governo DC con l’astensione dei socialisti) , che si dimetterà il 5 novembre.
24 ottobre 1963 congresso del PSI, vince la linea di Nenni (57,4% dei voti) per la partecipazione diretta dei socialisti al governo.
Il 4 dicembre 1963 Aldo Moro forma (con DC, PSI, PSDI e PRI) il primo governo dopo il 1947 con ministri socialisti: il vice-presidente del Consiglio è il segretario Pietro Nenni.
22 luglio 1964: nasce il secondo governo Moro.
28 dicembre 1964: Saragat è il nuovo residente della Repubblica.
23 febbraio 1966: Moro forma il suo terzo governo di centrosinistra.
24 giugno 1968: governo Leone.
12 dicembre 1968: governo di centrosinistra guidato dal democristiano Mariano Rumor.
IL CONTESTO
Per risolvere il problema della debolezza parlamentare dei governi basati sul centrismo (alleanza tra DC, PLI, PRI e PSDI), che avevano avuto necessità di ricorrere ai voti del MSI dopo il mancato appoggio dei liberali, l’ipotesi dell’entrata dei socialisti nell’esecutivo diventò sempre più una necessità politica.
Il bisogno di un governo stabile e più aperto alle riforme necessarie al Paese convinse i riformisti ad appoggiare una soluzione nuova per la politica italiana.
Il primo avvicinamento politico tra PSI e DC, favorito anche dalla politica di sempre più marcata autonomia del partito di Nenni nei confronti del PCI, furono accordi a livello locale, che portarono nel 1961 alla formazione di giunte locali (anche in grandi città come Milano, Firenze e Genova) di centro-sinistra.
Dopo il governo Fanfani di transizione del luglio 1960, che si reggeva anche sull’astensione dei socialisti, l’apertura al centrosinistra poté realizzarsi nel 1962 con il benestare che Moro (segretario della DC) ottenne al congresso DC di Napoli.
Nelle sei ore del discorso di Moro a Napoli si ipotizzava, fra mille cautele l’apertura della DC ad avere nella maggioranza (ma non al Governo) il PSI. Uno dei passi più espliciti della relazione di Moro fu il seguente: “E’ una prospettiva [quella del centrosinistra] che attende, nella difficile situazione italiana dove sono grandi punti interrogativi e scadenze serie ed urgenti, un processo di conseguente attuazione, il quale non significa imprigionamento del PSI in una qualsiasi maggioranza di comodo o la deformazione delle linee essenziali e della funzione del Partito, il che tra l’altro non gioverebbe alla democrazia italiana, ma il superamento dell’influenza presente (e del sospetto di essa) da parte del PCI, per rendere il PSI, nella sua integra fisionomia, totalmente disponibile al servizio della democrazia italiana. Ma questo è il discorso di domani: il discorso di quella alleanza politica organica, di quel reale collegamento, di quella appartenenza ad una comune maggioranza che il Congresso di Milano [del PSI] esclude, come lo esclude, allo stato delle cose, la DC, nella constatazione della rigida impostazione classista del PSI, del suo tormentato processo di totale e effettivo distacco dal PCI, dell’inevitabile peso di talune radici comuni tra i due partiti nella prospettiva di politica estera”.
Il nuovo governo Fanfani del 1962 (DC, PRI, PSDI e appoggio esterno del PSI) si presentò con un programma concordato con i socialisti, che si impegnavano a dare il loro appoggio a singoli progetti legislativi. Fu proprio in questa fase che la politica di centro-sinistra, ancora incompiuta sul piano della composizione dell’esecutivo (i socialisti non facevano parte del governo), conseguì i risultati più avanzati. Il programma infatti prevedeva la realizzazione della scuola media unificata, l’attuazione dell’ordinamento regionale previsto dalla Costituzione, l’imposizione fiscale nominativa sui titoli azionari e la nazionalizzazione dell’industria elettrica. Queste due ultime riforme, che erano state da tempo richieste dai socialisti come condizione per il loro ingresso nella maggioranza, miravano a introdurre dei correttivi nella struttura del capitalismo italiano e si inquadravano nel tentativo di dare avvio a una programmazione economica, nucleo qualificante e obiettivo prioritario del disegno riformatore: un disegno che mirava a potenziare gli strumenti dell’intervento statale sull’economia, al fine di ridurre gli squilibri della società italiana e soprattutto il divario tra Nord e Sud.
Nel dicembre ’62 fu approvata la legge di riforma che istituiva la scuola media unica, abolendo gli istituti di avviamento professionale (destinati, nel vecchio ordinamento, a coloro che non avevano la possibilità di proseguire gli studi) e portando la frequenza scolastica obbligatoria a 14 anni. Breve vita ebbe invece la nominatività dei titoli azionari, che fu radicalmente modificata già nel ’64 dopo una fase di crollo in borsa e di fuga all’estero dei capitali. L’attuazione delle regioni, temuta dalla DC perché avrebbe rafforzato le sinistre al livello del potere locale, fu rinviata. Quanto alla politica di programmazione, essa non riuscì mai a tradursi compiutamente in pratica e rimase il simbolo più evidente dell’utopia riformatrice del primo centro-sinistra. Tale politica avrebbe richiesto infatti consensi politici e sindacali più ampi di quelli rappresentati dalle forze di governo, peraltro già largamente divise. Il contrasto non riguardava solo la quantità e la portata delle riforme, ma anche la priorità da introdurre nella politica di programmazione, che per i socialisti doveva privilegiare gli investimenti e la spesa sociale, mentre per i repubblicani (guidati dal ministro del Bilancio Ugo La Malfa) comportava anche un controllo della dinamica salariale (la cosiddetta politica dei redditi), al fine di commisurarla alla crescita produttiva e di contenere così i processi inflazionistici.
I contrasti nella maggioranza furono esasperati dall’esito delle elezioni dell’aprile ’63. La perdita dei voti della DC e del PSI, il successo dei liberali, che si erano fortemente opposti all’apertura a sinistra, e il rafforzamento dei comunisti accentuarono le resistenze moderate in seno alla DC e inasprirono le divisioni interne del PSI. Un governo organico di centro-sinistra (con ministri socialisti) si formò solo nel dicembre 1963 sotto la presidenza di Aldo Moro e nacque su basi più moderate rispetto al precedente governo Fanfani.
ATTUALITÀ
La storia del Tricolore
È Reggio Emilia la città che ha dato i natali al Tricolore 210 anni fa. A decidere quale bandiera avrebbe rappresentato il primo Stato libero dell'età moderna furono i deputati delle popolazioni di Reggio, Modena, Bologna e Ferrara, seduti nel Parlamento della Repubblica Cispa-dana. Era il 7 gennaio 1797.
Un vessillo militare dei Cacciatori a cavallo della Legione Lombarda, conservata al Museo del Risorgimento di Milano. Risale al 1796.
Ma perché proprio questi tre colori? Nell'Italia del 1796, attraversata dalle vittoriose armate napoleoniche, le numerose repubbliche di ispirazione giacobina che avevano soppiantato gli antichi Stati assoluti adottarono quasi tutte, con varianti di colore, bandiere caratterizzate da tre fasce di uguali dimensioni, chiaramente ispirate al modello francese del 1790 .E anche i reparti militari "italiani", costituiti all'epoca per affiancare l'esercito di Bonaparte, ebbero stendardi che riproponevano la medesima foggia. In particolare, i vessilli reggimentali della Legione Lombarda presentavano, appunto, i colori bianco, rosso e verde, fortemente radicati nel patrimonio collettivo di quella regione: il bianco e il rosso, infatti, comparivano nell'antichissimo stemma comunale di Milano (croce rossa su campo bianco), mentre verdi erano, fin dal 1782, le uniformi della Guardia civica milanese. Gli stessi colori, poi, furono adottati anche negli stendardi della Legione Italiana, che raccoglieva i soldati delle terre dell'Emilia e della Romagna, e fu probabilmente questo il motivo che spinse la Repubblica Cispadana a confermarli nella propria bandiera.
I tre colori scelti, verde, bianco e rosso, non hanno quindi un valore sentimentale come spesso viene semplificato (il verde come i campi della terra italica, il bianco come la purezza e il rosso come il sangue versato per la libertà) ma sono legati ad antichi stendardi e uniformi dell'epoca in questione.
La prima campagna d'Italia, che Napoleone conduce tra il 1796 e il 1799, sgretola l'antico sistema di Stati in cui era divisa la penisola. Al loro posto sorgono numerose repubbliche giacobine, di chiara impronta democratica: la Repubblica Ligure, la Repubblica Romana, la Repubblica Partenopea, la Repubblica Anconetana. La maggior parte non sopravvisse alla controffensiva austro-russa del 1799, altre confluirono, dopo la seconda campagna d'Italia, nel Regno Italico, che sarebbe durato fino al 1814.
La bandiera viene avvertita non più come segno dinastico o militare, ma come simbolo del popolo, delle libertà conquistate e, dunque, della nazione stessa.
Nei tre decenni che seguirono il Congresso di Vienna (1815), il vessillo tricolore fu soffocato dalla Restaurazione, ma continuò ad essere innalzato, quale emblema di libertà, nei moti del 1831, nelle rivolte mazziniane, nelle sollevazioni negli Stati della Chiesa.
E quando si dischiuse la stagione del 1848 e della concessione delle Costituzioni, quella bandiera divenne il simbolo di una riscossa ormai nazionale.
Il 23 marzo 1848 Carlo Alberto rivolge alle popolazioni del Lombardo Veneto il famoso proclama che annuncia la prima guerra d'indipendenza e che termina con queste parole:"(…) per viemmeglio dimostrare con segni esteriori il sentimento dell'unione italiana vogliamo che le Nostre Truppe (…) portino lo Scudo di Savoia sovrapposto alla Bandiera tricolore italiana." Allo stemma dinastico fu aggiunta una bordatura di azzurro, per evitare che la croce e il campo dello scudo si confondessero con il bianco e il rosso delle bande del vessillo.
La bandiera simbolo del Regno di Sardegna (1848-1861) e poi, dopo l’unificazione, del Regno d'Italia (1861-1946)
Il 14 marzo 1861 venne proclamato il Regno d'Italia e la sua bandiera continuò ad essere, per consuetudine, quella della prima guerra di indipen-denza. La mancanza di una apposita legge al riguardo - emanata soltanto per gli stendardi militari - portò alla realizzazione di vessilli di foggia diversa dall'originaria, spesso addirit-tura arbitrarie. Soltanto nel 1925 si definirono, per legge, i modelli della bandiera nazionale e della bandiera di Stato. Quest'ultima (da usarsi nelle residenze dei sovrani, nelle sedi parlamentari, negli uffici e nelle rappresentanze diplomatiche) avrebbe aggiunto allo stemma la corona reale.
FONTI E APPROFONDIMENTI
La Storia d’Italia, Grandi Opere di UTET Cultura, Vol. 22 “Dal centrismo all’esperienza del centro-sinistra”, La biblioteca di Repubblica, Roma, 2004
Il mondo contemporaneo dal 1848 a oggi di G. Sabbatucci e V. Vidotto, Bari, Laterza, 2005
Aurelio Lepre, Storia della prima Repubblica, Bologna, Il Mulino, 2004
Indro Montanelli – Mario Cervi, Storia d’Italia – L’Italia dei due Giovanni, Milano, Rizzoli, 1989
A.A.V.V., Enciclopedia della storia universale, Novara, De Agostini, 2000
Attualità: www.corriere.it , http://it.wikipedia.org/wiki/Bandiera_italiana e http://www.quirinale.it/simboli/tricolore/tricolore.htm
A.A.V.V., Enciclopedia universale Rizzoli Larousse, Rizzoli, Milano 2002; 1971 e aggiornamenti su CDRom
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giovedì, febbraio 15, 2007
VERSO IL CENTROSINISTRA IN ITALIA
Continuiamo a parlare dell’evoluzione della politica italiana nella seconda metà degli anni ’50. In questo numero non è presente la parte de “I FATTI” in quanto andremo declinando con maggiore dettaglio le posizioni delle principali forze politiche e i cambiamenti che esse subirono nello stesso arco temporale analizzato nel numero precedente, dove abbiamo centrato l’attenzione sulla compagine strettamente governativa. Per capire lo spostamento del baricentro politico verso sinistra che si determinò agli inizi degli anni ’60 è importante dare conto di una serie di cambiamenti che interessarono i partiti e che furono ulteriori premesse (oltre a quelle già evidenziate nel numero 23) alla svolta messa in atto dalla corrente dorotea della DC.
Nella seconda parte diamo notizia dell’elezione dei nuovi membri non permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e dei compiti dell’Organizzazione delle Nazioni Unite. Buona lettura.
UNA “DEMOCRAZIA SPECIALE”
La transizione dell’Italia ad una democrazia compiuta è stata lenta e molto tormentata. Così come il vecchio Stato liberale non aveva avuto una formazione compiuta, vessato dal trasformismo e da rapporti sbilanciati tra società civile, nobiltà agricola e proprietà industriale, così lo Stato democratico veniva costruito in modo distorto e disorganico, con una sproporzionata forza dei partiti (soprattutto DC e PCI) che sostituivano le proprie macchine organizzative alla dialettica democratica tra soggetti e realtà variegate della società civile, economica e politica. Tramontato il progetto socialista di interporsi come forza di rappresentanza alternativa nella sinistra, DC e PCI rimasero a contrapporsi come blocchi monolitici, con un’alternanza resa di fatto impercorribile dal posizionamento politico del PCI in quegli anni, sia nel contesto italiano che nel contesto internazionale. Aldo Moro più di una volta nei suoi scritti definì quella italiana una “democrazia speciale”, difficile e incompiuta nel processo di democratizzazione e costituzionalizzazione delle sue stesse forze politiche. Fu questa una delle sue argomentazioni per motivare la sua apertura ai socialisti dopo il 1959, in qualche misura sperando che tale allargamento della compagine governativa avrebbe aiutato la difficoltosa transizione ad una democrazia compiuta.
IL FERMENTO NEL PARTITO SOCIALISTA
Rotto definitivamente il patto frontista con il PCI in seguito alla dura repressione effettuata dall’URSS nel 1956 in Ungheria, mai definitivamente condannata dal PCI, all’interno del partito socialista si aprì un complesso e profondo dibattito interno che avrebbe portato alla formulazione di una nuova linea politica. Nenni suggeriva la formula di una “alternativa democratica” con cui il PSI, autonomo dal PCI e in contrapposizione al blocco di interessi conservatori che la DC rappresentava, si faceva promotore di una iniziativa di rinnovamento radicale della società italiana. Benché la linea di Nenni si stesse muovendo verso le più avanzate socialdemocrazie europee, essa non era ancora in grado di liberarsi completamente dalle impostazioni dottrinali proprie della Seconda Internazionale (che affermava l’opportunità della costituzione di partiti socialisti nei vari paesi, evitando alleanze con i partiti “borghesi”). Vi era certo la volontà di un’apertura verso la DC, ma per sostanziare questa scelta Nenni e i suoi si portavano dietro vecchie idee sullo Stato democratico, come strumento per la transizione del sistema economico e sociale dal capitalismo al socialismo. Benché, inoltre, nel dibattito culturale socialista si cominciasse a tener conto dell’economia Keynesiana, l’impostazione politica ed economica rimaneva per larga parte quella del “pianismo”, caratteristico dei programmi del movimento operaio europeo degli anni Trenta.
La sinistra del partito, intanto, andava riscoprendo il “socialismo di sinistra”, nel quale veniva riproposta la discrasia dialettica tra “movimenti” e “partiti di classe”, ed era il primo di questi due termini ad essere privilegiato e a essere posto a fondamento di un’”azione rivoluzionaria” che doveva porsi all’interno del sistema e progredire gradualmente nel tempo, fondandosi sulla capacità di espansione delle più diverse forme di organizzazione di massa. Questa posizione portava tuttavia necessariamente alla negazione dello stesso partito come forma primaria di azione politica.
Un’ultima posizione all’interno del partito socialista fu quella di tipo riformista che rivedeva le teorie marxiste alla luce della negazione dello stalinismo e analizzava soprattutto il rapporto tra politica ed economia, e per questa via cercava di allargare le basi analitiche del concetto di “pianificazione economica” alla realtà del mercato capitalistico. Si riteneva che una politica “dirigistica” fosse compatibile con il regime di mercato e indispensabile per ricondurre la crescita economica entro obbiettivi di ordine sociale e politico. Questa via, però, si sarebbe rivelata presto troppo angusta, priva di una sufficiente considerazione delle caratteristiche strutturali e delle interdipendenze del capitalismo a livello internazionale.
Tutto questo fermento, in ogni modo, allargava le maglie di numerosi preconcetti ideologici e culturali e molti degli apporti contemporanei sia della scienza economica, sia di quella sociologica, uscivano dal loro chiostro disciplinare per entrare nel più generale dibattito culturale e politico.
IL PCI E L’UNITA’ NELLA DIVERSITA’
Con l’VIII congresso del PCI e sotto la spinta dei fatti di Ungheria Togliatti aveva liquidato la vecchia guardia stalinista del partito, sostituendole la generazione successiva, che dello stalinismo era stata figlia, ma non complice, e affidando a essa gli incarichi chiave della direzione: Amendola, Ingrao, Alicata, Lama, Macaluso, Natta, Napolitano e Reichlin sono alcuni degli uomini chiave della nuova dirigenza comunista. Indubbiamente il partito di massa che ne conseguiva poteva dirsi postleninista, ma rimaneva ancora leninista la concezione della “lotta di classe” e dell’“azione di massa”. L’azione parlamentare veniva riconosciuta, ma era l’”azione di massa” la vera leva di un processo di transizione al socialismo. Il rapporto Chruscev al XX congresso del PCUS del 1956, dove veniva criticata pesantemente la linea stalinista, fu l’occasione per Togliatti per allargare lo spazio di manovra del suo partito prendendo le distanze dal partito sovietico. Un ulteriore passo verso una relativa autonomia dall’URSS venne compiuta da Togliatti nel memoriale di Yalta, dove, nel contesto dello scontro tra URSS e Cina (si veda il numero 3 del bollettino FIF), preoccupato dall’unità del movimento comunista internazionale, sosteneva le tesi sovietiche senza però volere rompere con i cinesi. Fu questa la formula politica dell’”unità nella diversità”, che postulava la parità e la bilateralità dei rapporti tra partito italiano e sovietico. Bisogna comunque sottolineare che il “sovietismo” continuava a costituire la forma primaria di identità ideologica e politica per i militanti del PCI e ciò sarà vero fino ai primi anni ’80. L’autonomia italiana poteva e doveva dunque essere coniugata con la politica sovietica. Questo imperativo determinava anche le modalità di dibattito nel partito che sostanzialmente vedeva il centralismo democratico come modello di riferimento per la dirigenza del PCI. Nel rapporto con gli altri partiti la nuova linea del PSI, che si interponeva come terza forza nel dibattito con la DC, costituiva un pericolo per il PCI che cercò quindi in tutti i modi di sobillare l’ala sinistra del PSI per intralciare i piani di Nenni, dispiegando una propaganda capillare sulla necessità di continuare a garantire l’unità della classe operaia, tema al quale la tradizionale base socialista era sensibile.
ATTUALITÀ
L’Italia nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU
Il 16 ottobre scorso Italia, Belgio, Indonesia e Sudafrica sono diventati membri non permanenti del Consiglio di sicurezza dell’ONU per il biennio 2007-2008.
I quattro Paesi dal primo gennaio 2007 prenderanno il posto di Danimarca, Grecia, Giappone e Tanzania. I nuovi membri non permanenti entrano nel Consiglio di Sicurezza per i prossimi due anni insieme ai cinque permanenti (Russia, Cina, Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna) e ad altri cinque membri non permanenti già eletti (Congo, Ghana, Perù, Qatar e Slovacchia).
È rimasta a lungo incerta invece l'elezione del membro che rappresenta l'America Latina al posto dell'Argen-tina. I candidati erano Guatemala e Venezuela, il primo appoggiato dagli Stati Uniti che si oppongono al presidente venezuelano Hugo Chavez.
La decisione per il seggio latino-americano si è protratta fino ai primi di novembre, quando il seggio è andato a Panama dopo che Venezuela e Guatemala si sono ritirati dalla corsa per il posto nel Consiglio di Sicurezza dopo 47 votazioni in cui non si era raggiunto il quorum dei due terzi dei voti (124 voti).
Il Guatemala era risultato sempre in vantaggio ma non aveva mai ottenuto il quorum dei due terzi dei votanti necessario per conquistare il seggio non permanente destinato all'America Latina.
Italia e Belgio (in rappresentanza dell’Europa), Sudafrica (per l’Africa) e Indonesia (per l’Asia) erano stati eletti il 16 ottobre, alla prima votazione.
Per l'Italia è la sesta volta al Consiglio di Sicurezza, l'ultima volta nel biennio 1995-1996.
Continuano a sedere al Palazzo di Vetro, invece, Congo, Ghana, Perù, Qatar e Slovacchia, in carica fino al 2007, mentre Gran Bretagna, Cina, Francia, Russia e Stati Uniti sono membri permanenti con diritto di veto.
ONU (Organizzazione delle Nazioni Unite), organizzazione internazionale, con sede a New York, costituita fra gli Stati che hanno accettato di adempiere agli obblighi stabiliti dallo statuto (o Carta) delle Nazioni Unite (sottoscritto nella conferenza di San Francisco il 26 giugno 1945, entrato in vigore il 24 ottobre 1945) al fine di salvaguardare la pace e la sicurezza mondiali e di istituire tra le nazioni una coopera-zione economica, sociale e culturale.
Assemblea generale
Supremo organo deliberante, l'Assem-blea generale è composta da tutti gli Stati membri, ognuno dei quali ha diritto a un solo voto. Le deliberazioni sono prese a maggioranza di due terzi dei presenti e votanti per le questioni più importanti e cioè: mantenimento della pace e della sicurezza internazio-nale; elezione dei membri non permanenti del consiglio di sicurezza, dei membri del consiglio economico e sociale, dei membri del consiglio di amministrazione fiduciaria; ammis-sione, esclusione e sospensione degli Stati membri; questioni relative al funzionamento del regime di amministrazione fiduciaria e quelle di bilancio (fra cui la fissazione dei contributi finanziari cui sono tenuti i singoli Stati membri). Tutte le altre deliberazioni sono prese a maggio-ranza semplice dei presenti e votanti.
L'Assemblea generale si riunisce in sessione ordinaria ogni anno e in sessioni straordinarie tutte le volte in cui ne faccia richiesta il consiglio di sicurezza.
Consiglio di sicurezza
Organo esecutivo in materia politica, è composto di 15 membri: 5 permanenti (Stati Uniti, Russia - fino al 1991 URSS, Gran Bretagna, Francia e Cina popolare); 10 eletti dall'Assemblea generale; ogni anno l'Assemblea elegge cinque membri non-permanenti che restano in carica per due anni. Ogni membro del consiglio di sicurezza dispone di un voto. Le decisioni, escluse quelle in materia di procedura, sono prese con un voto favorevole di 9 membri, nel quale siano compresi i voti di tutti e 5 i membri permanenti. Ne consegue che un membro permanente può paraliz-zare il funzionamento del consiglio di sicurezza decidendo di non votare, oppure facendo valere il proprio diritto di veto sulla materia in esame.
L'astensione non è considerata pari al veto. Dal 1945 i membri permanenti hanno fatto uso del diritto di veto per 279 volte.
La principale competenza del consiglio di sicurezza è l'azione in difesa della pace e della sicurezza internazionale. A tal fine quando si trova di fronte a una controversia, la cui continuazione sia suscettibile di mettere in pericolo la pace, invita espressamente le parti in causa a perseguire una soluzione mediante negoziati, inchieste, mediazioni, conciliazioni e altri mezzi pacifici conformemente allo statuto. Inoltre, allorché abbia accertato l'esistenza di una minaccia alla pace o di un atto di aggressione, stabilisce quali misure debbano essere adottate da tutti i membri dell'ONU nei confronti dello Stato membro responsabile per ristabilire l'ordine turbato (interruzione totale o parziale delle relazioni economiche e delle comunicazioni ferroviarie, marittime, aeree, postali, telegrafiche; rottura delle relazioni diplomatiche). Se però ritiene che questi provvedimenti siano inadeguati, può intraprendere con forze aeree, navali e terrestri (che sono tenuti a prestare gli Stati membri) azioni militari .
Uno stato membro delle Nazioni Unite ma non del Consiglio di sicurezza può prendere parte alle sedute del Consiglio se esso ritiene che le deci-sioni prese possano coinvolgere gli interessi del paese. Negli anni recenti questa norma è stata interpretata in senso molto ampio consentendo a molti paesi di partecipare alle sedute e alle discussioni.
Il Presidente del Consiglio di sicurezza cambia con una turnazione mensile tra i membri seguendo l'ordine alfabetico dei paesi. Anche il Segretario generale delle Nazioni Unite ha un seggio presso il Consiglio di sicurezza ma non ha diritto di voto.
FONTI E APPROFONDIMENTI
La Storia d’Italia, Grandi Opere di UTET Cultura, Vol. 22 “Dal centrismo all’esperienza del centro-sinistra”, La Repubblica, Roma, 2004
Il mondo contemporaneo dal 1848 a oggi di G. Sabbatucci e V. Vidotto, Bari, Laterza, 2005
A.A.V.V., Enciclopedia della storia universale, Novara, De Agostini, 2000
Per la parte di Attualità: http://it.wikipedia.org/wiki/Consiglio_di_sicurezza_delle_Nazioni_Unite
A.A.V.V., Enciclopedia universale Rizzoli Larousse, Rizzoli, Milano 2002; 1971 e aggiornamenti su CDRom
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venerdì, novembre 24, 2006
VARCHIFESTIVAL
Numero speciale
EDITORIALE
Vi presentiamo di seguito un numero speciale sul festival di storia contemporanea tenutosi a Frascati negli ultimi giorni di ottobre. Una manifestazione coinvolgente che ci ha molto colpito per i temi trattati e la bellissima atmosfera nella quale si è svolta.
Come vedrete, a tratti la passione ed il fervore hanno preso la mano agli autori che si lanciano in interpretazioni del tutto personali. Anche per questo motivo abbiamo deciso la pubblicazione di un numero speciale che si permette un tono molto più colloquiale del solito. Buona lettura.
IL FESTIVAL VISTO DA PAOLO
Il Settore Attualità e Storia è riuscito finalmente ad andare a vedere il “festival di storia (in)contemporanea” che si è svolto dal 29 settembre al 1° ottobre scorsi a Frascati (Roma).
Varchi è una manifestazione a carattere internazionale incentrata su una serie di eventi (conferenze, tavole rotonde, presentazioni di libri, proiezioni di inchieste televisive) che hanno tutti come tema la storia, non solo come studio del passato, ma anche come interpretazione del presente.
Tutti gli eventi sono aperti al pubblico e si svolgono nell’aula del consiglio comunale di Frascati, in un auditorium e nelle due sale del cinema cittadino.
Il festival serve anche come approfondimento e come svolgimento di diversi progetti di studio per studenti universitari e delle scuole superiori, ragazzi che rappresentano la stragrande maggioranza del pubblico presente.
In due giorni abbiamo assistito a sette eventi, facendo una scelta fra gli incontri che si svolgevano in contemporanea.
Pur nel rispetto degli orari, il festival lascia la sensazione di non essere dominato dallo scandire delle lancette, anche perché i luoghi degli incontri si raggiungono a piedi in pochi minuti.
Il primo incontro “La democrazia nell’Italia della prima Repubblica. DC e PCI: antagonisti e comple-mentari?”ci ha riportato nel secondo dopoguerra e ci ha raccontato la politica di una volta, con la forte contrapposizione fra DC e PCI.
Abbiamo poi incontrato l’autore di “Romanzo criminale” (Giancarlo De Cataldo) che ha spiegato le sue impressioni nello scrivere il libro e i diversi atteggiamenti che ha uno scrittore di fronte all’adattamento di un suo libro per il cinema.
Nel pomeriggio “Sessant’anni della Repubblica e non li dimostra? Conferme e innovazioni nella Costituzione italiana” ha affrontato l’attualità della nostra Costituzione, che deve ancora essere applicata completamente e non è assolutamente “sorpassata”.
L’“intervista sull’Iran” ad un rappresentante dell’Università di Teheran ci ha spiegato che la maggioranza del ceto medio non segue l’estremismo religioso di cui si sente parlare in Italia, ma nei paesi arabi è invece una forte minoranza della popolazione quella che segue la religione tradizionale più intransigente.
Una veduta della villa Aldobrandini.
Villa Aldobrandini si mostra in tutta la sua imponenza per la posizione elevata e privilegiata; essa è praticamente assurta a simbolo di tutte le antiche dimore che costellano il territorio tuscolano.
Frascati (20.900 ab.) sorge a 320 metri sul livello del mare sui declivi settentrionali dei Colli Albani a 21 chilometri da Roma sulla Via Tuscolana.
Il giorno dopo, sabato, “Islam, identità inquieta dell'Europa. Viaggio tra i musulmani d'Occidente” ha affrontato il problema dell’adattamento alla cultura occidentale dei musulmani che vivono in Europa, mentre l’incontro con gli autori del libro “Generazione 1000 euro” ha raccontato l’esperienza dei lavoratori senza un lavoro fisso.
Nel pomeriggio abbiamo assistito alla proiezione di una puntata di “La Storia siamo noi” che affrontava gli scontri fra i ragazzi di estrema destra ed estrema sinistra nella Roma e nella Milano degli anni Settanta.
L’impressione generale che mi ha lasciato il festival, a parte la sensazione di vivere la giornata momento per momento, è stata quella di sentirmi partecipe di un evento, quasi non fossi solo uno spettatore.
Si possono leggere i giornali e i libri, vedere e partecipare a conferenze e incontri in televisione o tramite videoconferenza, ma non è la stessa cosa.
Quello che si vede e soprattutto si percepisce dal vero, cogliendo le sfumature, i gesti, l’ambiente sono sensazioni che si possono vivere solo a contatto con le persone. Varchi è anche questo: la storia va vissuta!
LA F.I.F. HA DIECI ANNI
Era il 29 settembre del 1996 quando i sette soci fondatori si trovarono al rifugio di San Lucio vicino a Clusone (BG) per “mettere le gambe sotto il tavolo”, seppure appena il giorno prima avessimo tutti partecipato ad un matrimonio.
Nacque così l’idea di fondare una “Federazione” la cui attività principale avrebbe dovuto essere di organizzare degli incontri gastronomici in ogni dove.
Domenica 1° ottobre ci siamo così ritrovati nello stesso luogo di dieci anni fa per ricordare l’anniversario.
IL FESTIVAL VISTO DA STEFANO
Il festival della storia (in)contemporanea tenutosi a Frascati credo sia stata un’ottima occasione per mettere a fuoco un punto che ritengo essenziale nel nostro agone politico.
Non sto ad elencare i vari ed evidenti meriti di questa manifestazione rivolta ai giovani studenti, ma dal profilo sufficientemente ampio per interessare anche i meno giovani, un misto di storia, cultura e arte che intriga e fa riflettere, una vera immersione totale in temi che troppo spesso ci sfiorano ma non riescono a smuoverci.
Tre incontri sono stati per me importanti, con un filo comune che ho identificato solo alla fine della tre giorni nell’accogliente cornice dei colli romani.
Nel dibattito di apertura, protagonisti da un lato due storici del calibro di Roberto Gualtieri e Giovanni Sabbatucci e dall’altro gli onorevoli Reichlin e Follini, si è dapprima discusso dell’anomalia italiana rappresentata da un cinquantennio praticamente a senso politico unico: la DC al governo e il PCI all’opposizione.
I due blocchi, nonostante il notevole consenso riscosso, non hanno saputo o voluto rinnovarsi arrivando alle porte degli anni ’90 con il fiato corto e la crisi della prima Repubblica che toglieva l’ultima possibilità di un passaggio morbido ad un sistema dell’alternanza che avrebbe potuto giovarsi dell’esperienza precedente.
E’ stata poi la volta del commento politico con la forza oratoria che subito vede un’impennata nelle abili mani di Reichlin e Follini, che si rinfacciano la colpa dell’attuale situazione di stasi. Follini accusa la vecchia classe dirigente politica di non avere approfittato della caduta del muro dell’89 per voltare pagina e Reichlin accusa Follini, e con lui la nuova classe dirigente, di non avere la forza aggregante che DC e PCI erano in gradi di mettere a disposizione del Paese.
Un passaggio storico incompiuto, quindi, un cinquantennio con il quale è difficile fare i conti.
Il secondo incontro ha visto protagonista Valerio Zanone, presidente della Commissione per la conservazione della Costituzione.
Il giudizio di Zanone sulle recenti riforme (governi D’Alema e Berlusconi) è piuttosto netto e non dà adito a dubbi: leggi di riforma da dimenticare, che non affrontano con organicità la revisione della Costituzione.
Zanone accenna poi al fatto che lo stesso articolo 138 (“revisione costituzionale”) vada rivisto, in modo da impedire che la carta fondamentale del nostro Paese sia in balia di qualunque maggioranza parlamentare senza una sufficiente qualificazione numerica.
Il terzo incontro per me di rilievo ha proposto un dibattito con alcuni esponenti del mondo islamico in Europa: Soheib Bencheikh, Mufti di Marsiglia, Abd al-Haqq Kielan, presidente dell’Associazione islamica svedese, Mohsen Kadivar, dell’università di Teheran.
Sul tavolo le questioni che siamo abituati a sentire nei dibattiti televisivi o sui giornali: legge religiosa e legge dello stato, diritti delle donne, l’integralismo. L’incontro è stato molto animato e volto soprattutto ad evidenziare quelle differenze culturali che sono al centro del “problema” islamico, il grande problema che attanaglia i paesi come il nostro, mete di copiose immigrazioni.
Questi, in breve, i temi dei tre incontri.
A posteriori mi è sembrato di riconoscere in essi un filo conduttore: la ricerca della soluzione di un problema piuttosto che la volontà di cogliere un’opportunità.
E’ da qualche tempo che si parla della revisione della Costituzione, ma quando si guardano le proposte concrete ci si accorge che si tratta di modifiche buone al massimo a sistemare qualche “bega condominiale” tra i tre poteri dello Stato. Ciò che manca, e manca in modo drammatico, è uno slancio, un impeto, una proposta che sposti la linea del traguardo in modo netto.
La Costituzione in vigore, quando divenne operativa il 1 gennaio del 1948, non ratificava solamente un nuovo “status quo”, ma proponeva degli obbiettivi che ci vollero decenni per realizzare e ancora non sono del tutto compiuti. Senza un sogno, senza un traguardo “più in là” non vedo il senso di una revisione costituzionale e tanto meno vedo il senso di una Costituzione Europea costruita con il bilancino per fare tutti contenti, nella quale si vorrebbe dare peso più alla storia passata che a quella futura, ratificare un passato piuttosto che proporre una strada nuova, portare quell’ ”elan vitale” che secondo me è il vero e unico cuore pulsante di una Costituzione propriamente detta. Ugualmente mi sembra che il “problema” islamico si debba risolvere con coraggio cercando di non vedere solo il “problema”, che c’è e sarebbe stupido non ammetterlo, ma vedendone la grande opportunità. Sono troppo ignorante in fatto di islamismo e razionalmente confesso di essere un po’ distante da tale cultura, voglio però ricordare un’emozione fortissima che provai quando vidi la bellissima mezquita di Cordoba con la sua mirabile selva di colonne così orrendamente interrotta da una cattedrale cristiana costruita all’interno della moschea dopo che questa era stata destinata a culto cristiano.
Non perdete tempo, ora, a stracciarvi le vesti cari lettori cattolici (come sono io) non sto facendo apologia di religione, né rispolverando il ritrito tormentone delle crociate, sto solo dicendo che chissà quale stupendo edificio proteso verso l’infinito potrebbero realizzare insieme in una nuova simbiosi i maestri della mezquita di Cordoba e quelli della basilica di Santa Maria del Fiore a Firenze, dell’Alhambra di Granada e della cattedrale di Notre Dame a Parigi.
No, per niente, non mi sento offeso dall’accusa di relativismo culturale, che pure ritengo pericoloso, mi sento i piedi ben piantati nella mia storia, ma vedo anche l’inevitabilità dello slancio in avanti verso l’area grigia del dialogo con il diverso da me, con tutti i rischi che questo comporta.
E, infine, se facessimo questo sforzo, questo salto in avanti, sono sicuro che le diatribe dei primi 50 anni repubblicani, così come discussi nel primo incontro, si risolverebbero in modo definitivo e farebbero anzi da punto di appoggio per questo nostro viaggio in avanti così pieno di insidie ma ricco di opportunità, così imprescindibile per chi non può né vuole fermarsi ad aspettare “giorni migliori”, ma vuole contribuire a costruirli.
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martedì, ottobre 31, 2006
IL DECLINO DEL CENTRISMO
Continuiamo a parlare dell’evoluzione della politica italiana nella seconda metà degli anni ’50.
Nella seconda parte diamo notizia dei risultati del referendum costituzionale del 26 e 27 giugno scorso e pubblichiamo alcuni estratti del testo della risoluzione 1701 sulla crisi tra Israele e Libano approvata l’11 agosto scorso dal Consiglio di Sicurezza dell' ONU.
Dopo aver definito la situazione una «minaccia per la pace e la sicurezza internazionale», il testo approvato chiede la cessazione piena delle ostilità tra Israele e Hezbollah; approva la proposta libanese di inviare l'esercito regolare al confine ed esorta la comunità internazionale a intraprendere «azioni immediate» in aiuto del popolo libanese. Scopo della forza Onu sarà di affiancare l'esercito libanese durante la presa di posizione nel sud del Paese e di garantire che gli aiuti umanitari arrivino alla popolazione civile.
I FATTI
All’inizio del 1954 il Presidente del Consiglio Pella rassegna le dimissioni. Il democristiano Amintore Fanfani forma un nuovo governo monocolore che non ottiene però la fiducia della Camera. Il 10 Febbraio 1954 Mario Scelba forma un governo tripartito (DC, PSDI, PLI) con l’appoggio esterno dei repubblicani.
Nel 1954 Fanfani diventa segretario della Democrazia Cristiana. Nel 1955 Giovanni Gronchi, democristiano, viene eletto Presidente della Repubblica. Nello stesso anno il PRI toglie l’appoggio al governo Scelba provocandone la caduta; si forma un nuovo governo di coalizione centrista (DC, PSDI, PLI) presieduto dal democristiano Antonio Segni. Sempre nel 1955 viene presentato in Parlamento il Piano Vanoni (vedi Bollettino FIF n°7/8). Nel 1956 scoppiano in Ungheria agitazioni studentesche per il ripristino delle libertà politiche. La rivolta viene però repressa dall’esercito sovietico che occupa Budapest il 4 novembre 1956. Nell’aprile del 1956 si insedia la Corte Costituzionale. Nel dicembre del 1956 viene creato in Italia il ministero delle Partecipazioni statali.
Nel 1957 Adone Zoli succede ad Antonio Segni nella carica di Presidente del Consiglio; privo di una stabile maggioranza il suo governo si regge sull’appoggio dei monarchici e del MSI.
Il 25 maggio del 1958 si tengono le elezioni legislative, dove il PSI registra un netto progresso, pur restando a notevole distanza dalla DC, che si mostra in recupero rispetto alle elezioni del 1953, e dal PCI. Il 10 giugno 1958 si dimette il governo Zoli. Fanfani forma un governo di coalizione DC-PSDI, osteggiato dalle destre per i suoi propositi di apertura nei confronti dei socialisti.
Nel 1959 si dimette il governo Fanfani e Antonio Segni forma un governo monocolore democristiano appoggiato da una coalizione di centro-destra.
Nel 1959 Aldo Moro diventa segretario della DC e lancia la linea dell’accordo con i socialisti.
Nel 1960 i liberali passano all’opposizione ed il governo Segni cade. Fallito un tentativo di Fanfani di dare vita ad un governo appoggiato dai socialisti, viene costituito un governo monocolore guidato da Fernando Tambroni, con l’appoggio di monarchici e missini. Nel luglio 1960, in occasione del preannunciato congresso del MSI a Genova, si registrano nel Paese manifestazioni popolari duramente represse dalla polizia. Tambroni è costretto a dimettersi ed è sostituito da Fanfani, che il 26 luglio forma un governo monocolore democristiano con PSDI, PRI e PLI. Nella votazione per la fiducia al nuovo governo i socialisti si astengono.
IL CONTESTO
Con l’uscita di scena di De Gasperi il centrismo si avvia verso il declino, ma prima che si arrivi alla nuova fase del centro-sinistra vi è un lungo periodo di transizione dove sembra che la politica segni una battuta di arresto rispetto alla società civile che è invece protesa verso un nuovo tipo di società e verso il miracolo economico. In realtà, invece, il governo è uno dei protagonisti di questa ricerca di nuovi equilibri sociali; il susseguirsi di cinque diverse compagini ministeriali in una sola legislatura non è solo il frutto della debolezza della DC e dei suoi partner tradizionali. La fragilità dei ministeri dall’estate 1953 al maggio 1958 inaugura piuttosto una tendenza che andrà confermandosi negli anni seguenti, di un esecutivo, cioè, sempre meno autorevole e sempre più subordinato alla dialettica interna dei partiti, diventati il fulcro reale del sistema politico italiano. La caduta del governo Pella, sostenuto da monarchici e dal MSI, è l’occasione per dare ulteriore vigore alla corrente DC di sinistra Iniziativa Democratica, di cui è leader Amintore Fanfani. La strategia di Fanfani tenderà a svuotare l’esecutivo di significato progettuale vista la necessità di accordi con diverse forze politiche per consolidare l’egemonia dei cattolici attraverso il partito e la conquista dei gangli del potere dello Stato. L’interventismo statale in economia diventerà uno dei tratti distintivi del periodo fanfaniano. La cooptazione di una parte della rete delle associazioni collaterali e dei sindacati cattolici da parte della DC si riflette sulla struttura del partito, che assume la fisionomia di una grande costellazione di piccoli e grandi momenti di potere ruotanti ciascuno intorno ad una personalità democristiana. Il rafforzamento oggettivo che ne consegue del partito è evidente, ma proprio questa articolazione della presenza democristiana nel sistema finisce per soffocare via via il dato ideologico. Questa progressiva deideologizzazione del partito sarà al tempo stesso la forza e la debolezza di Fanfani: la sua forza in quanto gli consente di realizzare il potenziamento della DC; la sua debolezza perché lo espone agli attacchi della Chiesa e di quei gruppi cattolici che non intendono smarrire la propria specifica identità.
L’elezione alla presidenza della Repubblica rafforza nella DC il ruolo di Gronchi, che catalizza su di sé le simpatie di coloro all’interno del partito che guardano con diffidenza all’empirismo efficientista di Fanfani. Sarà proprio Gronchi ad imprimere una prima svolta verso il recupero dell’alleanza con il PSI che sta intanto abbandonando definitivamente la fase frontista e quindi l’alleanza con il PCI sotto la spinta dei fatti di Ungheria. Secondo Gronchi il PSI è la sola forza di massa capace di diventare l’interlocutore della DC sul terreno di una coraggiosa politica di riforme sociali. Gli effetti politici dei nuovi rapporti cattolici-socialisti non tardano a farsi sentire: dopo le elezioni amministrative del 1956, la DC veneziana, in cui la sinistra di base è maggioritaria, vara una giunta democristiana con l’appoggio dei voti socialisti, la prima della storia d’Italia.
Nel 1957 la coalizione Segni, varata nel 1955, ripetendo la formula tripartitica DC-PLI-PSDI non era apparsa più convincente del precedente ministero Scelba. Il governo Segni, che termina il suo operato nel 1957, è vittima del neocentrismo fanfaniano che non qualificherà l’azione di governo né di destra né di sinistra. L’ultimo gabinetto della legislatura, inaugurato da Zoli nel 1957, rappresenta la fine del centrismo. PSDI e PLI non sono più disposti a collaborare con governi democristiani privi di una linea: in parlamento solo il MSI ha interesse ad offrire sostegno alla DC per convincerla ad una definitiva svolta a destra. Zoli governerà con il MSI contro la volontà di Fanfani. Nonostante questo dissidio interno, alle elezioni del 1958 la DC passa dal 40.2% al 42.4%.
Nel 1959 Aldo Moro diventa segretario della DC completando così il quadro delle premesse necessarie alla svolta di centro sinistra. Il governo Tambroni, appoggiato dalle destre e protagonista degli eventi drammatici del 1960, non fa che accelerare un processo ormai irreversibile, confinando definitivamente la destra all’opposizione.
ATTUALITÀ
Referendum costituzionale: risultatiBocciata la riforma costituzionale sottoposta a referendum confermativo, i NO sono stati il 61,3 per cento, i SI’ il 38,7; questa consultazione, la seconda nella storia repubblicana, ha visto un' affluenza alle urne del 52,9 per cento.
La percentuale raggiunta è un dato di particolare significato se si considera che il precedente appuntamento dell'ottobre 2001 aveva visto andare ai seggi soltanto il 34,1 per cento degli elettori.
Il voto di domenica e lunedì sembra così avere invertito una tendenza consolidata e che aveva fatto venire meno l’interesse dei cittadini verso appuntamenti di questo genere.
Negli ultimi undici anni, infatti, nessuno dei quesiti sottoposti al vaglio dei cittadini aveva spinto ad andare alle urne «la metà più uno degli aventi diritto». Occorre risalire indietro nel tempo, al giugno 1995, per trovare un referendum coronato dal raggiungi-mento del quorum: quello sulla privatizzazione della Rai.
Il no è stato uniforme, ad eccezione della Lombardia (Sì al 54,6) e del Veneto (Sì al 55,3); tuttavia i cittadini di Milano e Venezia hanno votato in maniera difforme rispetto alle regioni di appartenenza.
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Risoluzione ONU n. 1701 – 11/08/06
Il Consiglio di sicurezza ...
- sottolineando che la violenza deve cessare e nello stesso tempo che bisogna urgentemente rimuovere le cause della crisi attuale, in particolare ottenendo la liberazione incondizionata dei soldati israeliani catturati;
- cosciente della delicatezza della questione dei prigionieri e incoraggiando gli sforzi che mirano a regolare con urgenza la questione dei libanesi detenuti in Israele;
- felicitandosi degli sforzi del primo ministro libanese e dell'impegno assunto dal governo libanese di estendere la sua autorità sul suo territorio... in modo che nessuna arma vi si trovi senza il consenso del governo e che nessuna autorità vi sia esercitata al di fuori di quella libanese ...
- felicitandosi della decisione del governo libanese di dispiegare una forza di 15mila uomini nel Libano meridionale ...
- considerando che la situazione in Libano costituisce una minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale;
1) lancia un appello in favore di una cessazione totale delle ostilità fondata, in particolare, sulla cessazione immediata da parte di hezbollah di tutti gli attacchi e sulla cessazione immediata da parte di Israele di ogni offensiva militare;
2) Dal momento della cessazione delle ostilità, chiede al governo libanese e alla Finul, come questa forza è autorizzata in base al seguente paragrafo 11, di dispiegare insieme le loro forze in tutto il Sud, e chiede al governo israeliano, nel momento in cui tale dispiegamento comincia, di ritirare in parallelo tutte le sue forze dal Libano meridionale;
3) Sottolinea l'importanza del fatto che il governo libanese estenda la sua autorità all'insieme del territorio libanese, conformemente alle risoluzioni 1559 e 1680, e alle disposizioni degli accordi di Taef, in modo da esercitare integralmente la sua sovranità e da far sì che nessuna arma vi si trovi senza il consenso del governo libanese e che nessuna autorità vi sia esercitata al di fuori di quella del governo;
4) Riafferma il suo fermo appoggio allo stretto rispetto della Linea blu;
5) Riafferma il suo fermo attaccamento ... alla integrità territoriale, alla sovranità e all'indipendenza politica del Libano all'interno delle frontiere internazionalmente riconosciute come previsto dall'accordo di armistizio del 1949;
6) Chiede alla comunità internazionale di adottare misure immediate per fornire soccorso umanitario e finanziario al popolo libanese, in particolare facilitando il ritorno degli sfollati e riaprendo porti e aeroporti ...
7) Riafferma che tutte le parti sono tenute a controllare che non sia condotta alcuna azione contraria al paragrafo 1 che potrebbe essere pregiudizievole alla ricerca di una soluzione a lungo termine, all'accesso degli aiuti umanitari, in particolare il ritorno degli sfollati nelle loro case e il passaggio in sicurezza dei convogli umanitari ...
8) Lancia un appello a Israele e al Libano perché appoggino un cessate il fuoco permanente e una soluzione a lungo termine fondata sui principi e sugli elementi seguenti:
- stretto rispetto delle due parti della linea blu; - adozione di un dispositivo di sicurezza che impedisca la ripresa delle ostilità, in particolare la creazione, tra la Linea blu e il Litani, di una zona di esclusione di ogni persona armata a meno che non sia autorizzata dal governo libanese o faccia parte della Finul;
- applicazione integrale delle disposizioni comprese negli accordi di Taef e nelle risoluzioni 1559 e 1680 che esigono il disarmo di tutti i gruppi armati in Libano ...
- esclusione di tutte le forze straniere in Libano senza il consenso del governo libanese;
- esclusione di vendite e forniture di armi e materiale connesso al Libano, a meno che non ci sia l'autorizzazione del governo libanese; - comunicazione all'Onu delle Carte dei campi minati ancora in possesso degli israeliani;
9) Invita il segretario generale a appoggiare gli sforzi miranti a ottenere al più presto accordi di principio da parte del governo libanese e di quello israeliano in vista di una soluzione a lungo termine ...
10) Prega il segretario generale di mettere a punto, in coordinamento con le parti internazionali interessate, proposte per attuare gli accordi di Taef e le risoluzioni 1559 e 1680 ...
11) Decide, per completare e rafforzare gli effettivi, l'equipaggiamento, il mandato e il campo di operazione della Finul, di autorizzare un accrescimento degli effettivi di tale forza fino a 15mila uomini e stabilisce che essa dovrà ... a) controllare la cessazione delle ostilità; b) accompagnare e aiutare le forze armate libanesi nel loro dispiegamento nel Sud, fino alla Linea blu, mentre Israele ritira le sue forze dal Libano come previsto dal paragrafo 2; c) coordinare le sue attività ... coi governi libanese e israeliano; d) fornire assistenza per assicurare aiuti umanitari alla popolazione civile ...
12) ... autorizza la Finul a adottare tutti i provvedimenti necessari nel suo settore di competenza perché il suo teatro di operazione non sia utilizzato per attività ostili di qualsivoglia natura, e di resistere ai tentativi di impedirle di assolvere ai suoi impegni secondo il mandato Onu ..
13) ... Esorta gli stati membri a offrirsi di apportare un contributo appropriato alla Finul e di rispondere in modo positivo alla richiesta di assistenza della forza Onu...
14) Chiede al governo libanese di agire alle frontiere e nei punti di accesso in modo da impedire l'ingresso nel paese senza autorizzazione di armi e materiale connesso e chiede alla Finul di aiutare il governo libanese su sua richiesta;
15) Decide che tutti gli Stati dovranno prendere tutte le misure atte a impedire, da parte di loro cittadini e a partire dal loro territorio o attraverso navi battenti la loro bandiera a) la vendita o la fornitura di armi o materiale connesso ... a persone singole o entità in Libano ... b) la fornitura a persone singole o a entità in Libano di formazione o tecnologia legati alla fornitura, la fabbricazione, l'utilizzazione di materiale enumerato al paragrafo precedente ...
16) Decide di prorogare il mandato della Finul al 31 agosto 2007 ...
17) Prega il segretario generale di rendere conto, al massimo tra una settimana e poi a intervalli regolari, dell'applicazione della presente risoluzione;
18) Sottolinea la necessità di instaurare una pace globale, equa e duratura in Medio Oriente.
FONTI E APPROFONDIMENTI
La Storia, Grandi Opere di UTET Cultura, Vol. 22 “Dal centrismo all’esperienza del centro-sinistra”, La Repubblica, Roma, 2004
Il mondo contemporaneo dal 1848 a oggi di G. Sabbatucci e V. Vidotto, Bari, Laterza, 2005
Formazione ed espansione dei partiti, di Luigi Musella, in “Storia dell’Italia repubblicana”, vol. II tomo 2°, Torino, Einaudi, 1995
Per l’Attualità: www.corriere.it
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giovedì, settembre 21, 2006
LA PARABOLA DI DE GASPERI
Nella seconda parte ricordiamo le regole per l’elezione del Presidente della Repubblica e accenniamo alle elezioni avvenute negli anni passati.
Buona lettura.
I FATTI
Nel maggio del 1948 Luigi Einaudi venne eletto presidente della Repubblica.
Il 14 luglio 1948 Palmiro Togliatti venne gravemente ferito in un attentato. Scoppiarono in tutta la penisola moti popolari; si susseguirono le manifestazioni e gli scontri con la polizia; gli stessi dirigenti del PCI si impegnarono per riportare la calma fra i lavoratori e la gravissima crisi poté essere superata.
Nel 1950 De Gasperi formò il suo sesto governo, sostenuto da democristiani, repubblicani e socialdemocratici. In agosto venne istituita la Cassa per il Mezzogiorno. In ottobre venne approvata una legge di riforma agraria per favorire la diffusione della piccola proprietà contadina.
Nel 1951 De Gasperi formò il suo settimo governo, composto da democristiani e repubblicani.
Le elezioni amministrative del 1951-52 non solo fecero cadere la percentuale democristiana al 35.1% (dal 48.5% che aveva ottenuto alle elezioni politiche del 1948), con un calo più marcato nell’Italia meridionale, ma portarono tre grandi città, Napoli, Bari e Foggia ad un’amministrazione di destra.
La politica economica del governo continuava a basarsi, in continuità con la linea di Einaudi, sull’austerità finanziaria e sul contenimento dei consumi privati. Nonostante la forte ripresa produttiva iniziata nei primi anni ’50, la disoccupazione si mantenne su livelli elevati e i salari restarono bassi.
Nel giugno 1952 venne approvata la legge Scelba per impedire la riorganizzazione del disciolto partito fascista.
Nel marzo del 1953 fu approvata una nuova legge elettorale (ribattezzata dalle sinistre come la legge truffa) che premiava con il 65% dei seggi della camera il partito o l’alleanza elettorale di partiti che avesse ottenuto la maggioranza assoluta dei suffragi.
Nelle elezioni del 1953, però, la coalizione DC, PSDI, PRI e PLI raccolse soltanto il 49,85% dei voti ed e non aveva quindi titolo al premio di maggioranza.
Nell’agosto del 1953, dopo un fallito tentativo di De Gasperi, il democristiano Giuseppe Pella formò il nuovo governo, costituito unicamente da democristiani.
IL CONTESTO
I cinque anni della prima legislatura repubblicana (1948-1953) segnarono il periodo di massima egemonia della Democrazia Cristiana sulla vita politica nazionale. La DC continuò comunque a puntare sull’alleanza coi partiti laici minori e associò ai suoi governi, sempre presieduti da De Gasperi, rappresentanti del PLI, del PRI e del PSDI. Componente essenziale della politica centrista era una moderata dose di riformismo che, senza troppo sconvolgere gli equilibri sociali, conservasse al governo il consenso delle masse popolari, soprattutto dei contadini.
Fin dall’inizio della legislatura, però, si registrò, soprattutto nel sud, una crescente ostilità ai partiti di governo da parte di possidenti e piccola borghesia, delusi dalla mancata lotta contro il comunismo che a loro parere la DC avrebbe dovuto intraprendere. La destra era così, dopo essere stata alleata della DC nel 1948, alla ricerca di una nuova identità e autonomia politica. La conferma di questa crescente impopolarità venne puntualmente alla scadenza elettorale: nei due turni delle amministrative nella primavera 1951 e 1952, i democristiani videro vanificati i risultati della grande vittoria del 1948. Le vere vincitrici delle consultazioni amministrative furono le destre, nelle quali si riversarono tutti i suffragi perduti dalla DC.
Ad intercettare il malcontento dei possidenti provò il PLI. Nel 1950 uscì dal governo, in opposizione alla politica agraria della DC. In realtà l’operazione non riuscì al PLI per la debolezza congenita del liberalismo italiano, ma soprattutto per le tentazioni autoritarie presenti nella destra dell’epoca che soffocarono lo spirito liberale.
Molte formazioni para militari di destra si formarono in quel periodo: AIL (Armata Italiana della Libertà), ECA (Esercito Clandestino Antimarxista), MRP (Movimento Resistenza Patrioti). L’MRP, in particolare, si rivolse ai possidenti agrari e agli industriali, con i primi tentativi di organizzazione del crumiraggio. Il PLI cercò di raccogliere i consensi del nord moderato facendo leva sui soli ceti agrari, in realtà avrebbe avuto bisogno anche del sostegno degli industriali per diventare forza di massa, ma nei primissimi anni ’50 l’asse fra Alcide De Gasperi e Angelo Costa (presidente della Confindustria) era ancora molto forte, chiudendo di fatto la possibilità di attrarre gli industriali nell’orbita liberale.
I consensi erano invece in crescita per il Partito Nazionale Monarchico (PNM) e per l’MSI, che raddoppiarono nelle tornate amministrative del 1951-52 i loro suffragi rispetto al 1948. L’opposizione dei grandi agrari alle leggi di riforma fece da coagulo al formarsi di uno schieramento politico in cui trovarono spazio i fermenti eversivi serpeggianti nella società meridionale, l’insoddisfazione di larghe fasce di ceti medi, la tradizionale diffidenza e ostilità verso lo Stato delle plebi più misere, ancora a uno stadio prepolitico, lo scontento dei giovani. Anche il nazionalismo, facendo leva sulla complessa vicenda della definizione dei confini con la Jugoslavia, giocò a favore delle destre in questo periodo.
Con l’approvazione della legge Scelba del 1952 De Gasperi tentò di ottenere due risultati: da un lato arginare la crescita della destra e dall’altro respingere le accuse di apparentamento con partiti fascisti che di quando in quando la sinistra muoveva alla DC. In realtà il clima politico era cambiato e il rifiuto dell’esperienza fascista non era più così diffuso, la stessa DC aveva contribuito a smorzare tali sentimenti. La legge Scelba suscitò più insofferenze che consensi.
Per quanto riguarda i rapporti con il Vaticano, il conflitto con la destra cattolica si fece nella DC sempre più serrato. Le elezioni del 1948, vinte anche per l’appoggio delle gerarchie ecclesiastiche, rafforzarono l’autorità di Pio XII, che cercò di influenzare sempre di più la politica della DC. L’insuccesso della DC, scesa nelle competizioni elettorali amministrative del 1951-52 con l’area laico-democratica per volontà di De Gasperi, alimentò la contestazione delle forze clericali e conservatrici. Le pressioni per un apparentamento con la destra (MSI e PNM) crebbero.
Nella primavera del 1952, Luigi Sturzo, in vista delle amministrative romane, tentò di allearsi con l’estrema destra, con l’appoggio del Vaticano. De Gasperi si oppose fermamente a tale operazione e il rifiuto opposto a Pio XII ruppe definitivamente il già logoro rapporto tra il presidente del consiglio e il Papa.
L’insuccesso delle elezioni del 1953, nonostante la nuova legge maggioritaria, segnò il declino politico di De Gasperi, che morirà nell’agosto del 1954.
ATTUALITÀ
Il Presidente della Repubblica
Le regole per l’elezione del Capo dello Stato sono definite dalla Costituzione.
Art. 83.
Il Presidente della Repubblica è eletto dal Parlamento in seduta comune dei suoi membri.
All’elezione partecipano tre delegati per ogni Regione eletti dal Consiglio regionale in modo che sia assicurata la rappresentanza delle minoranze.
La Valle d’Aosta ha un solo delegato.
L’elezione del Presidente della Repubblica ha luogo per scrutinio segreto a maggioranza di due terzi dell’assemblea. Dopo il terzo scrutinio è sufficiente la maggioranza assoluta.
Art. 84.
Può essere eletto Presidente della Repubblica ogni cittadino che abbia compiuto cinquanta anni d’età e goda dei diritti civili e politici.
L’ufficio di Presidente della Repubblica è incompatibile con qualsiasi altra carica.
L’assegno e la dotazione del Presidente sono determinati per legge.
Art. 85.
Il Presidente della Repubblica è eletto per sette anni.
Trenta giorni prima che scada il termine, il Presidente della Camera dei deputati convoca in seduta comune il Parlamento e i delegati regionali, per eleggere il nuovo Presidente della Repubblica.
Se le Camere sono sciolte, o manca meno di tre mesi alla loro cessazione, la elezione ha luogo entro quindici giorni dalla riunione delle Camere nuove. Nel frattempo sono prorogati i poteri del Presidente in carica.
Art. 86.
Le funzioni del Presidente della Repubblica, in ogni caso che egli non possa adempierle, sono esercitate dal Presidente del Senato.
In caso di impedimento permanente o di morte o di dimissioni del Presidente della Repubblica, il Presidente della Camera dei deputati indice la elezione del nuovo Presidente della Repubblica
entro quindici giorni, salvo il maggior termine previsto se le Camere sono sciolte o manca meno di tre mesi alla loro cessazione. […]
Art. 91.
Il Presidente della Repubblica, prima di assumere le sue funzioni, presta giuramento di fedeltà alla Repubblica e di osservanza della Costituzione dinanzi al Parlamento in seduta comune.
I PRESIDENTI DELLA REPUBBLICA
Il primo ad essere eletto (396 voti su 555) fu Enrico De Nicola, monarchico, che, a seguito del risultato del referendum istituzionale del 2 giugno, assunse il titolo di capo provvisorio dello Stato il 28 giugno 1946.
All’entrata in vigore della Costituzione, il 1° gennaio del 1948, Enrico De Nicola divenne il primo Presidente della Repubblica Italiana.
Dopo le prime elezioni del 18 aprile 1948, costituite le due Camere, si tennero le prime votazioni del Parlamento per eleggere il nuovo Presidente della Repubblica.
Il liberale Luigi Einaudi venne eletto l’11 maggio 1948 con 518 voti, al quarto scrutinio.
Il 29 aprile 1955 venne eletto il democristiano Giovanni Gronchi, che era presidente della Camera.
Ebbe 658 voti alla quarta votazione.
Il quarto Presidente della Repubblica fu il democristiano Antonio Segni, il 6 maggio 1962, al nono scrutinio, con 443 voti; il quorum era di 428 voti, quindi furono determinanti i voti monarchici e missini.
Il 7 agosto 1964 Segni fu colpito da trombosi celebrale. Il 10 agosto, in seguito all’accertamento da parte di un collegio di medici dell’impossibilità di Antonio Segni di adempiere alle funzioni di Presidente, il liberale Cesare Merzagora, Presidente del Senato, assunse la carica di capo supplente dello Stato.
Il 6 dicembre 1964 Segni rassegnò le dimissioni.
Il 28 dicembre 1964, dopo 12 giorni e ventuno votazioni, il socialdemo-cratico Giuseppe Saragat venne eletto con 646 voti.
Ben 23 scrutini furono necessari per eleggere il sesto Presidente della Repubblica, Giovanni Leone, demo-cristiano, che il 24 dicembre 1971 ottenne 518 voti, 13 più del quorum necessario per la nomina.
Il settennato di Leone finì prima dell’inizio del semestre bianco. Il 15 giugno 1978, bersaglio delle critiche di un libro uscito durante il sequestro Moro sui suoi comportamenti come Capo dello Stato e sui veri o presunti abusi dei suoi familiari, oltre che degli attacchi su un suo presunto coinvolgi-mento nello scandalo Lockheed (l’amicizia con i fratelli Lefebvre, coinvolti per le tangenti date dalla società aeronautica statunitense per l’acquisto degli aerei Hercules C-130), rassegnò le proprie dimissioni.
L’8 luglio 1978, dopo sedici scrutini, il socialista Sandro Pertini venne eletto con 832 voti su 995 votanti.
Il primo Presidente della Repubblica ad essere eletto a maggioranza di due terzi dell’assemblea fu il democri-stiano Francesco Cossiga, che il 24 giugno 1985, alla prima votazione, ottenne 752 preferenze. Sul nome del presidente del Senato si trovarono d’accordo i cinque partiti allora al governo e il partito comunista.
Il 28 aprile 1992 Cossiga, il cui settennato si sarebbe dovuto concludere il 3 luglio, si dimise dalla carica di Capo dello Stato “per premettere al nuovo Parlamento (il 6 aprile si erano tenute le elezioni politiche) di dare al Paese un Presidente” che avrebbe dovuto affrontare la “grave crisi politica e istituzionale” dovuta all’impatto seppur ancora modesto dell’inchiesta (cosiddetta Mani pulite) sulle corru-zioni dei politici.
Dopo qualche settimana di supplenza del presidente del Senato Giovanni Spadolini, il 13 maggio ci fu la prima votazione per la nomina del Capo dello Stato; per eleggere il successore di Cossiga ci vollero 12 giorni e 16 scrutini. Il 25 maggio 1992 (due giorni dopo la strage di Capaci, in cui morirono il giudice Giovanni Falcone, la moglie e tre uomini della scorta), il democristiano Oscar Luigi Scalfaro venne eletto con 672 voti.
Il 13 maggio 1999, con l’accordo dei due schieramenti di centro destra e di centro sinistra, al primo scrutinio, con la maggioranza dei due terzi e 707 voti, Carlo Azeglio Ciampi, che non era un parlamentare, divenne il decimo Presidente della Repubblica.
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Lo scorso 10 maggio Giorgio Napolitano (DS) è stato eletto Presidente della Repubblica. Il voto al quarto scrutinio, con maggioranza assoluta di 506 schede (i grandi elettori sono 1.010: 630 deputati, 322 senatori - 315 più i 7 senatori a vita - e 58 delegati delle Regioni): Napolitano ha ottenuto 543 voti.
Il nuovo Capo dello Stato ha giurato il 15 maggio dopo la formalizzazione delle dimissioni di Carlo Azeglio Ciampi.
FONTI E APPROFONDIMENTI
La Storia, Grandi Opere di UTET Cultura, Vol. 22 “Dal centrismo all’esperienza del centro-sinistra”, La Repubblica, Roma, 2004
Il mondo contemporaneo dal 1848 a oggi di G. Sabbatucci e V. Vidotto, Bari, Laterza, 2005
Formazione ed espansione dei partiti di Luigi Musella, in “Storia dell’Italia repubblicana”, Vol. 2**, Torino, Einaudi , 1994.
L’Italia democratica. Profilo del primo cinquantennio di Nicola Tranfaglia, in “La storia – I grandi problemi dell’età contemporanea”, opera coordinata da N. Tranfaglia e M. Firpo, Vol. V, Garzanti, 2001, pp.79-120;
sabato, giugno 24, 2006
IL REFERENDUM COSTITUZIONALE
EDITORIALE
Domenica 25 e lunedì 26 giugno prossimi si andrà a votare per il referendum che deciderà se confermare (votando SI’) o cancellare (votando NO) la riforma che riguarda 52 articoli sugli 85 che compongono la seconda parte della Costituzione Italiana.
Noi non siamo esperti né di diritto costituzionale né di normative o leggi che regolano la vita politica di una nazione.
In questo numero speciale quindi non analizzeremo nei dettagli la riforma che è stata votata dai due rami del Parlamento a maggioranza relativa (è per questo motivo che si tiene il referendum), né elencheremo i pro o i contro che ogni costituzionalista può trovare in ognuno degli articoli modificati dalla revisione della Costituzione.
Quello che vogliamo spiegare è perché siamo entrambi decisi a votare NO il 25 o il 26 giugno 2006.
La redazione.
I FATTI
Premessa
La coalizione di centro-destra (Forza Italia, Alleanza Nazionale, Unione di Centro, Lega Nord e altri partiti minori) aveva 335 parlamentari alla Camera e 176 al Senato.
Prima votazione (Camera)
18 ottobre 2004: la Camera approva, con i soli voti della maggioranza, il disegno di legge di riforma della Costituzione. I sì sono stati 295, i no 202, 9 gli astenuti.
Per diventare legge il provvedimento deve passare ancora una volta al vaglio dei due rami del Parlamento con un intervallo non inferiore a tre mesi tra un voto e un altro.
Seconda votazione (Senato)
23 marzo 2005: il disegno di legge sulla riforma della Costituzione viene approvato con 162 voti favorevoli e 14 contrari. I senatori del centrosinistra hanno lasciato l'aula e non hanno partecipato al voto.
Nella maggioranza, in dissenso il vicepresidente di An e del Senato Fisichella.
Terza votazione (Camera)
20 ottobre 2005: la Camera dà il via libera, con 317 voti favorevoli, 234 no e 5 astenuti, al disegno di legge di riforma della seconda parte della Costituzione.
Il centrosinistra, contrario alla legge, ha votato contro e ha rimandato la battaglia al referendum confermativo che ha già detto di voler indire.
Quarta votazione (Senato)
17 novembre 2005: il Senato vota sì alla legge che cambia la Costituzione. Con 170 sì, 132 no e 3 astenuti, arriva l'ultimo voto che cambia l'assetto istituzionale dell'Italia.
La Costituzione italiana viene cambiata: oltre 50 articoli vengono modificati per introdurre i nuovi assetti. Nasce un Senato delle Regioni, viene introdotto il premier (non più Presidente del Consiglio) con poteri più ampi di quelli attuali sia nei confronti dei ministri sia nei confronti del Parlamento, vengono trasferite in via esclusiva competenze alle Regioni mitigate da un interesse nazionale che può permettere l'intervento dello Stato ma anche aprire frequenti conflitti di competenze. L'opposizione, compatta, ha ribadito la propria scelta: impossibile un dialogo, la battaglia continua con il referendum.
Richiesta di referendum
22 febbraio 2006: disco verde della Cassazione alla richiesta di referendum sulla riforma della costituzione avanzata da 15 Consigli regionali e da un nutrito gruppo di deputati e senatori. Il via libera è stato deciso dall'ufficio centrale per i referendum, che ha sede nella Suprema Corte.
Ultimi adempimenti
14 marzo 2006: viene ampiamente superato il quorum del mezzo milione di firme valide a sostegno del referendum contro la riforma costituzionale.
La Cassazione controlla la correttezza formale delle firme depositate il 17 febbraio dal comitato promotore per azzerare le riforme della seconda parte della Costituzione.
Il 14 febbraio erano state depositate le firme di 112 senatori e 249 deputati per chiedere la consultazione referendaria. È questa la prima volta che tutti e tre i soggetti 'abilitati' a chiedere un referendum - cittadini, parlamentari e regioni - si sono mobilitati per impugnare una legge costituzionale.
28 aprile 2006: il Consiglio dei ministri decide la data del voto per la consultazione confermativa della riforma costituzionale.
Il primo ed unico referendum costituzionale nella storia della Repubblica è quello che ha portato all'approvazione della legge costituzio-nale del 2001, che ha sancito una vasta riforma del titolo V della Costituzione riguardante le autonomie locali.
IL CONTESTO
Gli articoli della Costituzione Italiana possono essere modificati mediante votazione sia della Camera dei deputati che del Senato della Repubblica secondo gli articoli che qui riportiamo:
Revisione della Costituzione. Leggi costituzionali.
Art. 138.
Le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali sono adottate da ciascuna Camera con due successive deliberazioni ad intervallo non minore di tre mesi, e sono approvate a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera nella seconda votazione.
Le leggi stesse sono sottoposte a referendum popolare quando, entro tre mesi dalla loro pubblicazione, ne facciano domanda un quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali. La legge sottoposta a referendum non è promulgata, se non è approvata dalla maggioranza dei voti validi.
Non si fa luogo a referendum se la legge è stata approvata nella seconda votazione da ciascuna delle Camere a maggioranza di due terzi dei suoi componenti.
Art. 139.
La forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale.
ATTUALITÀ
Perché bisogna andare a votareCome recita l’articolo 138 della Costituzione, il referendum popolare si rende necessario, se richiesto, quando la revisione di uno o più articoli della Costituzione non ottiene la maggioranza qualificata (i due terzi dei componenti delle Camere) nelle votazioni parlamentari.
A differenza dei referendum che siamo abituati a votare per abrogare le leggi approvate dal parlamento (sono i referendum popolari, regolati dall’articolo 75 della Costituzione*), il referendum costituzionale non è abrogativo.
Quindi si vota NO se si vuole annullare la riforma della Costituzione e si vota SI’ se la si vuole approvare.
Inoltre il referendum è sempre valido, non si deve raggiungere il quorum del 50% più uno degli aventi diritto al voto.
Per questo motivo la partecipazione al voto è necessaria per esprimere il proprio parere sulla riforma.
Chi non va a votare non vota NO, perché la consultazione sarà comunque valida.
Perché votare NO
Come si può pensare di cambiare più del 60% della seconda parte della Costituzione con una maggioranza di appena 30 o 40 voti in Parlamento?
Secondo noi la Costituzione deve essere modificata solo con il voto dei due terzi del parlamento.
Infatti solo in questo caso il referendum non è né previsto né necessario, perché le leggi non le fa il popolo a maggioranza ma i parlamentari nell’esercizio delle loro funzioni.
Se non c’è accordo fra le parti è giusto che la legge fondamentale dello Stato NON sia modificata.
La Costituzione non è e non deve essere solo di una parte politica!
Ci sono delle riforme, e certamente lo è quella costituzionale, in cui non si può fare, a seconda del risultato delle elezioni politiche, una riforma votata solo da una parte del parlamento.
E’ già successo nel 2001 quando, alla vigilia delle elezioni politiche, la coalizione di centro-sinistra ha approvato una riforma dei poteri e delle competenze regionali, provinciali e comunali che è stata poi confermata da un referendum costituzionale (l’8 ottobre votò il 34% degli aventi diritto e il Sì vinse con il 64,2%).
Questo ha creato un precedente per cui il rischio è che, ad ogni legislatura, una parte politica approva una “propria” riforma costituzionale, e questo fatto diventa quasi prassi parlamentare ogni cinque anni: ciò è inaccettabile; la Costituzione non può essere “rimodernata” ad ogni legislatura!
Le polemiche e le discussioni che sentiamo e leggiamo sui giornali riguardo a future modifiche solo se la riforma verrà approvata non hanno rilevanza.
Ricordiamo che il referendum non è sulla Costituzione, ma serve solo a pronunciarsi su QUESTA riforma.
Chi vota NO non vota contro qualsiasi riforma della Costituzione; si pronuncia semplicemente contrario a QUESTA riforma.
Questo significa che qualsiasi riforma votata a maggioranza relativa sia da respingere? Assolutamente no.
Se una riforma, seppur voluta dalla maggior parte delle forze politiche non dovesse raggiungere i due terzi nelle votazioni parlamentari magari anche per pochi voti, certamente sarebbe da valutare positivamente, e al referendum si “dovrebbe” votare SI’.
Questa volta, come purtroppo è già successo nel 2001, si è voluto a approvare una riforma “di parte”, che, proprio perché è di parte, è da respingere.
Se è volontà politica, come sembra affermare la gran parte dei soggetti politici, modificare insieme la Costituzione, basta che tutte le modifiche siano votate “da ciascuna delle Camere a maggioranza di due terzi dei suoi componenti”.
Per questi motivi noi voteremo NO.
Invitiamo chi legge ad andare a votare.
Siamo convinti che sia giusto e doveroso votare NO.
Chiediamo a chi legge, se è stato convinto dalle nostre opinioni, di consigliare amici e conoscenti a votare NO a questa riforma.
*Art. 75.
È indetto referendum popolare per deliberare l'abrogazione, totale o parziale, di una legge o di un atto avente valore di legge, quando lo richiedono cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali.
Non è ammesso il referendum per le leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali.
Hanno diritto di partecipare al referendum tutti i cittadini chiamati ad eleggere la Camera dei deputati.
La proposta soggetta a referendum è approvata se ha partecipato alla votazione la maggioranza degli aventi diritto, e se è raggiunta la maggioranza dei voti validamente espressi.
La legge determina le modalità di attuazione del referendum.
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FONTI E APPROFONDIMENTI
La Storia, Grandi Opere di UTET Cultura, Vol. 24 “Dalla fine degli anni ’80 a oggi”, La Repubblica, Roma, 2004
http://www.corriere.it/Primo
http://www.referendumcostituzio
http://www.sivotasi.it/testorif
giovedì, aprile 06, 2006
LA FASE DEL CENTRISMO IN ITALIA
Finita una rapida panoramica degli eventi internazionali che vanno fino alla metà degli anni ’60, è tempo di tornare in Italia. Dopo avere affrontato i primi anni del dopoguerra italiano, l’emergenza economica e le scelte di politica internazionale, veniamo ora ad una serie di articoli che presenteranno la dialettica politica nazionale, con il suo variegato panorama e le diverse alleanze che ci condurranno fino ai primi governi di centro-sinistra nei primi anni ’60.
I FATTI
Dopo le elezioni per la Costituente e il referendum monarchia o repubblica (svoltisi contemporaneamente il 2 giugno 1946) democristiani, socialisti e comunisti si accordarono sull’elezione del primo e provvisorio presidente della repubblica il giurista liberale Enrico De Nicola e diedero vita ad un secondo governo De Gasperi.
Nel dicembre 1946 nasce il Movimento Sociale Italiano (Msi) guidato da G. Almirante. Il partito raccoglie i fascisti dispersi dopo la liberazione e si richiama al fascismo sociale della Repubblica di Salò.
Nel gennaio del 1947 il partito socialista (Psiup) in occasione del suo XXV congresso vede la scissione da parte del gruppo di Giuseppe Saragat, che, su posizioni anti sovietiche diametralmente opposte a quelle di Nenni, fonda il Partito Socialista dei Lavoratori Italiani (Psli) che, qualche anno più tardi, avrebbe assunto il nome di Partito Socialdemocratico Italiano (Psdi). La restante parte del Psiup capeggiata da Nenni riassume il vecchio nome di Partito Socialista Italiano (Psi).
Il ritiro dei rappresentanti del Psli dal governo provoca una crisi che porta De Gasperi, il 2 febbraio 1947, a formare il suo terzo ministero con socialisti e comunisti. Di ritorno dal viaggio negli Stati Uniti, De Gasperi presenta le dimissioni del suo terzo governo e il 24 maggio 1947 forma il suo quarto ministero costituito da democristiani e alcune eminenti personalità (Sforza, Merzagora, Einaudi). Con l’esclusione di comunisti e socialisti si spezza l’unità delle forze antifasciste. La politica economica del governo, tracciata da Einaudi, ministro del bilancio, segue un orientamento liberista e affida i compiti della ricostruzione all’iniziativa privata.
Il 18 aprile 1948 si tengono le prime elezioni del nuovo Parlamento Italiano, dopo l’entrata in vigore della Costituzione. I democristiani ottengono la maggioranza assoluta (306 deputati su 574). De Gasperi forma con liberali, socialisti democratici e repubblicani il suo quinto governo (quadripartito).
Sempre nel 1948 i sindacalisti cattolici provocano una scissione nella CGIL (nata il 3 giugno 1944 con il “patto di Roma” tra il comunista Di Vittorio, il cattolico Grandi e il socialista Canevari) e fondano un sindacato indipendente con il nome di Libera CGIL.
Nel 1949 i sindacalisti di ispirazione repubblicana e socialdemocratica provocano una nuova scissione nella CGIL e danno vita alla federazione italiana del lavoro (FIL). Nel 1950 il sindacato Libera CGIL si fonde con una parte della FIL, dando vita alla confederazione Italiana Sindacati Lavoratori (CISL). La frazione restante della FIL assume il nome di Unione Italiana del Lavoro (UIL).
Nel luglio del 1949 il Santo Uffizio scomunica tutti i cattolici che accettano o sostengono la dottrina comunista.
IL CONTESTO
Il ritorno alla dialettica democratica dopo la parentesi del fascismo si era accompagnato a un’impetuosa crescita della partecipazione politica rispetto al periodo prebellico. Gli iscritti ai partiti più forti si misuravano ormai in centinaia di migliaia. Era dunque convinzione comune che il dopoguerra avrebbe visto in primo piano i partiti organizzati su basi di massa, soprattutto quelli della sinistra operaia, anche tramite le organizzazioni sindacali.
In particolare il partito socialista pareva destinato ad assumere un ruolo di protagonista grazie anche alla popolarità del suo leader Pietro Nenni. Il gruppo dirigente, però, appariva diviso fra le spinte rivoluzionarie e il richiamo alla tradizione riformista.
Il partito comunista traeva forza e credibilità dal contributo offerto alla lotta antifascista. Era diventato un autentico partito di massa, ben diverso dal piccolo e intransigente partito leninista fondato a Livorno nel 1921, che tendeva ad allargare la sua base di consenso oltre la tradizionale base operaia verso i contadini, i ceti medi e soprattutto gli intellettuali.
L’unico altro partito capace di competere sull’organizzazione di massa con comunisti e socialisti era la Democrazia Cristiana, che si richiamava direttamente all’esperienza del partito Popolare di Sturzo di cui ne ricalcava il programma, ispirato alla dottrina sociale cattolica e dunque avverso alla lotta di classe, rispettoso del diritto di proprietà, ma aperto alle istanze di riforma.
Il Partito Liberale, che raccoglieva fra le sue file gran parte della classe dirigente prefascista, poteva contare su una serie di adesioni illustri (Einaudi e Croce), oltre che sul sostegno dell’industria e dei proprietari terrieri. Ma il rapporto tra i leader e la base elettorale – di tipo personale e clientelare – era ormai definitivamente compromesso.
Fra i partiti laici, il partito repubblicano si distingueva per l’intransigenza sulla questione istituzionale e aveva infatti respinto ogni compromesso con la monarchia, rifiutando persino di partecipare al CLN.
In una posizione particolare si collocava il Partito d’Azione (PDA). Forte del prestigio che gli veniva dall’adesione di molti leader dell’antifascismo (Parri, Lussu, Valiani) il PDA si presentava come una forza nuova e moderna e si faceva promotore di ampie riforme sociali e istituzionali. Il partito era però privo di una base di massa e faticava a trovare una sua identità, diviso com’era fra un’ala socialista e un’ala liberal democratica, un contrasto che lo avrebbe portato di lì a poco ad una scissione (febbraio 1946) e al successivo scioglimento.
Quanto alla destra, essa appariva politicamente fuori gioco nel clima dopo-liberazione, ma era ancora forte, soprattutto nel mezzogiorno e tendeva a diventarlo sempre più con l’accentuarsi delle insofferenze nei confronti del nuovo assetto politico. I gruppi di destra andarono in parte ad ingrossare le file della DC e del PLI, in parte si raccolsero sotto le bandiere monarchiche e in parte contribuirono all’affermazione, clamorosa ma effimera, del movimento dell’Uomo Qualunque (fondato nel novembre del 1945 dal commediografo Guglielmo Giannini), che però già nel 1947 si era praticamente dissolto, soprattutto per la confluenza dell’opinione pubblica moderata attorno alla DC.
Per quanto riguarda gli orientamenti dei gruppi sociali, una prima riflessione va fatta sul mondo contadino che era entrata in contatto durante la Resistenza con le brigate partigiane. Il risentimento verso l’invasore tedesco per i danni alle coltivazioni, le ruberie e i soprusi avevano creato questa sorta di alleanza che si sviluppò ulteriormente quando i partiti della sinistra, e in particolare il PCI, si erano fatti carico dei problemi delle diverse categorie contadine; sono infatti gli antifascisti a dirigere e organizzare le grandi lotte dell’estate 1944 per impedire la mietitura e la trebbiatura e sono gli stessi CLN a intervenire nelle zone a più forte presenza partigiana nelle vertenze mezzadrili e bracciantili per imporre nuovi contratti di lavoro.
Di contro la proprietà agraria aveva perso i suoi punti di riferimento politico anche per la sua perdita di potere economico che si era spostato verso le grandi industrie del nord. Il nuovo accordo nel blocco dominante tra industriali del nord e alti burocrati dello Stato relega gli antichi partner agrari in posizione marginale. A tagliare la strada alle forze della reazione agraria, nelle diverse fasi del suo progetto restauratore-autoritario, sta la DC, che si sente minacciata nella sua strategia politica da un’affermazione della destra di tale portata da diventare condizionante nel governo del Paese. L’alleanza della DC con le sinistre fino al 1947 è, da questo punto di vista, funzionale al contenimento della pressione dello schieramento ultraconservatore. Solo dopo la grande vittoria del 1948 la DC si sentirà abbastanza sicura da gestire in proprio questa partita, essendosi preventivamente assicurata l’adesione di vaste fasce moderate e le simpatie di non pochi settori della stessa destra, illusi che la battaglia anticomunista ingaggiata dai cattolici prefiguri l’inserimento della DC nel blocco reazionario.
ATTUALITÀ
Le scadenze elettorali del 2006
Da aprile a giugno gli elettori, sia i singoli cittadini che i rappresentanti del Parlamento appena eletti, si troveranno ad affrontare una serie di scadenze elettorali.
ELEZIONI POLITICHE
Domenica 9 aprile, dalle ore 8 alle ore 22, e lunedi’ 10 aprile, dalle ore 7 alle ore 15, si svolgeranno le operazioni di voto per il rinnovo del Senato della Repubblica e della Camera dei deputati (XV legislatura).
Le operazioni di scrutinio avranno inizio lunedi’ 10 aprile cominciando dallo spoglio delle schede per l’elezione del Senato.
La nuova legge elettorale
La nuova legge elettorale (approvata il 21 dicembre 2005) ha introdotto un sistema proporzionale con premio di maggioranza e soglie di sbarramento.
Per l’elezione della Camera possono votare i maggiorenni aventi diritto al voto, mentre per l’elezione del Senato possono votare coloro che, alla data del 9 aprile, hanno compiuto il venticinquesimo anno di età.
Sia per l’elezione della Camera (scheda rosa) sia per l’elezione del Senato (scheda gialla), l’elettore esprime il voto tracciando con la matita un solo segno (esempio, una croce o una barra) nel riquadro che contiene il contrassegno della lista prescelta.
E’ vietato scrivere sulla scheda il nominativo dei candidati e qualsiasi altra indicazione.
Con la nuova legge elettorale non si possono dare voti di preferenza. Le liste sono «bloccate» quindi sono automaticamente eletti i candidati che si trovano nelle prime posizioni della lista tanti quanti sono i seggi assegnati a quella lista. Ossia, se a una lista vengono assegnati dieci seggi, sono eletti i primi dieci candidati che compaiono in quella lista. Il voto di preferenza a un candidato rischia di portare all’annullamento della scheda.
Il 9 e 10 aprile si torna a votare per la prima volta dal 1992 con il sistema proporzionale, ma con alcune differenze. Rispetto al sistema maggioritario (con il quale si è votato nel 1994, nel 1996 e nel 2001), in cui in ogni singolo collegio il candidato che otteneva più voti (anche un solo voto in più degli avversari) vinceva il collegio e quindi il seggio, con il sistema proporzionale ogni partito ottiene tanti deputati o senatori a seconda della percentuale ricevuta alle urne.
CAMERA DEI DEPUTATI
La nuova legge elettorale, per assicurare la governabilità e una maggioranza sicura in Parlamento, assegna un premio di maggioranza. Alla coalizione che ha ottenuto il maggior numero di voti vengono assegnati 340 seggi alla Camera dei deputati, anche se in realtà dalle urne ne risulterebbero di meno. Se invece già dalle urne ottiene un numero di seggi superiore a 340 (per esempio 352), alla coalizione vincente vengono assegnati quelli effettivamente ottenuti.
La nuova legge elettorale ha introdotto tre sbarramenti. Per partecipare all’assegna-zione dei seggi, ogni coalizione deve ottenere almeno il 10% dei voti validi su scala nazionale e deve includere almeno un partito che ha ottenuto almeno il 2% su scala nazionale oppure una lista di minoranze linguistiche che ha ottenuto almeno il 20% nelle regioni a statuto speciale in cui tali minoranze sono tutelate. Se un partito si presenta da solo senza far parte di una coalizione, per partecipare all’assegnazione dei seggi deve ottenere almeno il 4% su scala nazionale.
La Camera dei deputati è composta da 630 deputati eletti dal popolo. Di questi, dodici sono eletti nella circoscrizione estero, gli altri 618 in Italia.
SENATO DELLA REPUBBLICA
Escluse Valle d’Aosta, Trentino-Alto Adige e Molise, in ognuna delle restanti 17 regioni alla coalizione che ha ottenuto più voti viene assegnato il 55% dei senatori spettanti a quella regione (arrotondato al numero superiore). Se dalle urne la coalizione vincente ottiene più del 55%, le vengono assegnati i senatori corrispettivi alla percentuale ottenuta.
Per partecipare all’assegnazione dei seggi in ogni singola regione, le coalizioni devono ottenere almeno il 20% dei voti validi in quella regione e devono contenere almeno un partito che abbia ottenuto almeno il 3% dei voti sempre nella regione in esame. Se un partito si presenta da solo in una regione senza far parte di una coalizione, per partecipare all’assegnazione dei seggi di quella regione deve ottenere almeno l’8% nella regione in esame.
Il Senato della Repubblica è composto da 315 senatori eletti dal popolo. Di questi, sei sono eletti nella circoscrizione estero, gli altri 309 in Italia. Ai senatori eletti vanno aggiunti i senatori a vita: in questo momento sono sette, diventeranno otto quando in maggio Carlo Azeglio Ciampi non sarà più presidente della Repubblica (a meno che non venga rieletto). Quindi dalla fine di maggio i senatori saranno 323.
Possono essere eletti al Senato tutti i cittadini italiani in possesso dei diritti civili che hanno compiuto 40 anni di età entro il giorno delle elezioni.
ELEZIONE DEL NUOVO PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA
Il Parlamento della XV legislatura si riunirà per la prima volta venerdì 28 aprile e ogni Camera dovrà eleggere il proprio presidente.
Nei primi giorni di maggio inizieranno le procedure per l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica, il cui mandato durerà sette anni.
ELEZIONI AMMINISTRATIVE (SINDACI)
Nei primi giorni di marzo sono state fissate le date per le elezioni amministrative.
(Le elezioni regionali, che si svolgono ogni cinque anni, si sono tenute nel 2005).
Questa scadenza viene a coincidere con le elezioni politiche perché con il Decreto Legislativo n. 267 del 18 agosto 2000 è stato deciso di prolungare a cinque anni (prima erano quattro) la durata del mandato dei sindaci.
Le elezioni amministrative si terranno il 28 e il 29 maggio 2006 per il rinnovo di 8 amministrazioni provinciali e di 1.267 amministrazioni comunali (tra cui Milano, Roma, Napoli e Torino).
Si voterà inoltre per le province di Mantova, Pavia, Treviso, Imperia, Ravenna, Lucca, Campobasso e Reggio Calabria.
In Friuli Venezia Giulia si voterà anche per il rinnovo degli organi di tre amministrazioni provinciali (Gorizia, Trieste e Udine).
In Sicilia per il rinnovo del consiglio regionale e per l´amministrazione di 13 comuni.
Per il secondo turno (cioè gli eventuali ballottaggi) delle amministrative si voterà l’11 e il 12 giugno.
REFERENDUM COSTITUZIONALE
Verso la fine di giugno (le decisioni della Corte di Cassazione sono attese per il 21 aprile) si voterà per abrogare o confermare la riforma costituzionale votata quest’anno a stretta maggioranza dal Parlamento.
Sarà il presidente della Repubblica a indire il referendum. Solo dopo il governo dovrà individuare «una data fra il 50mo e il 70mo giorno dalla data di indizione del referendum», quindi si voterà dopo il 10 giugno.
Il referendum sarà valido qualunque sarà il numero dei votanti in quanto per i referendum costituzionali non è previsto il quorum.
FONTI E APPROFONDIMENTI
La Storia, Grandi Opere di UTET Cultura, Vol. 22 “Dal centrismo all’esperienza del centro-sinistra”, La Repubblica, Roma, 2004
Il mondo contemporaneo dal 1848 a oggi di G. Sabbatucci e V. Vidotto, Bari, Laterza, 2005
La formazione dell’Italia democratica di Francesco Barbagallo, in “Storia dell’Italia repubblicana”, Vol. I, Torino, Einaudi , 1994.
L’Italia democratica. Profilo del primo cinquantennio di Nicola Tranfaglia, in “La storia – I grandi problemi dell’età contemporanea”, opera coordinata da N. Tranfaglia e M. Firpo, Vol. V, Garzanti, 2001, pp.79-120;
Per la parte di Attualità: http://www.interno.it/salastampa/comunicati/pages/articolo.php?idarticolo=1004 e www.corriere.it
CUBA E LA CRISI DEI MISSILI
Nel 1962 è Cuba ad attirare l’attenzione del mondo: lo scontro tra le due superpotenze si consuma in 13 giorni.
Nella seconda parte il testo dei primi articoli della legge 194. Buona lettura.
I FATTI
Agosto 1962: stesura a Mosca della bozza di trattato tra Cuba e l’Unione Sovietica per l’installazione di basi missilistiche nel territorio dell’isola.
I servizi segreti americani, tra la fine di agosto e ottobre, raccolgono le prime notizie relative a movimenti di forze superiori al normale sul territorio cubano.
9 ottobre 1962: viene autorizzato il primo volo di ricognizione di un aereo spia U-2.
15 ottobre 1962: i rilievi fotografici confermano che i sovietici stanno completando la costruzione di basi missilistiche per il dispiegamento di missili a media gittata già trasportati a Cuba.
16 ottobre: il gruppo dei più stretti collaboratori del presidente Kennedy si riunisce in seduta speciale come Executive Committee del National Security Conuncil (in sigla ExComm).
Questo organismo (di cui fanno parte il segretario di Stato Dean Rusk, il segretario della Difesa Robert McNamara, il direttore della CIA John McCone, Robert Kennedy ed un ristretto numero di consulenti politici, militari e diplomatici) si riunisce quasi senza interruzione per 12 giorni fino al momento conclusivo della crisi.
22 ottobre: discorso alla nazione del presidente Kennedy, in parallelo a un ricorso presentato alle Nazioni Unite e ad una lettera personale a Chruscev, in cui si rivela quanto sta accadendo a Cuba e si dichiara che gli USA hanno fissato una linea di “quarantena” oltre la quale essi non concedono il passaggio di navi sovietiche dirette a Cuba e cariche di armamenti.
Le navi che violeranno il blocco saranno ispezionate e, nel caso, respinte con la forza.
24 ottobre: Chruscev ordina alle navi sovietiche di non forzare il blocco.
26 ottobre: lettera privata di Chruscev a Kennedy in cui si impegna a rimuovere i missili già piazzati a Cuba in cambio della dichiarazione pubblica di Kennedy che gli USA non avrebbero mai invaso Cuba, né appoggiato altri tentativi di invasione dell’isola.
27 ottobre: la radio di Mosca trasmette una seconda lettera di Chruscev nella quale il ritiro dei missili di Cuba è condizionato alla rinuncia americana ai missili Jupiter installati in Turchia.
Kennedy risponde pubblicamente alla prima lettera di Chruscev accettandola e aggiungendo una proposta di accordo riguardante altri armamenti, come proposto nella seconda lettera.
Nello stesso giorno viene raggiunto un accordo, non pubblicizzato e mai confermato ufficialmente, con cui gli americani annunciano l’intenzione di rimuovere i missili installati in Turchia e in Italia.
Tra la fine di ottobre e i primi giorni di novembre i sovietici iniziano a smantellare le basi cubane.
IL CONTESTO
Il 1° gennaio 1959 Batista, capo del regime dittatoriale che governava l’isola di Cuba dal 1952, sentendosi incapace di resistere alla pressione delle forze che si opponevano al suo regime e consapevole di non essere appoggiato dagli Stati Uniti, fuggì dall’Avana dove i “partigiani” di Castro fecero il loro ingresso trionfale.
La coalizione politica alla testa della quale stava Fidel Castro accompagnato dal fratello Raul come comandante delle forze armate dimostrò la sua profonda volontà di moralizzazione e cambiamento.
Gli Stati Uniti avevano riconosciuto tempestivamente il regime di Castro, che pareva essere un modello riformistico nuovo e radi-cato nel popolo con il quale si pensava di poter collaborare, nonostante le massicce infiltrazioni comuniste presenti nel movimento.
Alle pressioni degli USA contro il pericolo dell’alleanza tra castristi e comunisti Castro rispose con la nazionalizzazione senza indennizzo dei beni appartenenti alle imprese americane; ebbe così inizio un massiccio esodo da Cuba che portò alcune centinaia di migliaia di persone a rifugiarsi in Florida, dove si costituì la base organizzativa del futuro movimento anticastrista.
La tensione si acuì dopo la visita a Cuba del vice primo ministro sovietico nel febbraio del 1960: venne firmato un accordo in base al quale l’URSS si impegnava ad acquistare il raccolto cubano di zucchero a un prezzo inferiore a quello pagato dagli americani ma concedeva in cambio un prestito di 100 milioni di dollari. Era chiaro che anche Cuba sarebbe diventata uno dei nuovi fronti della competizione fra la superpotenze. Gli Stati Uniti, minacciati da vicino per la prima volta nella loro storia, approvarono in luglio l’embargo sulle importazioni di zucchero cubano. Castro si appellò al Consiglio di Sicurezza contro “l’aggressione economica” americana e Chruscev minacciò l’uso delle armi atomiche contro gli USA in caso di invasione di Cuba.
Nikita S. Chruscev 1894-1971
I rapporti diretti fra USA e Cuba subirono un progressivo deterioramento; Castro annunciò l’inizio di relazioni diplomatiche con la Cina e dichiarò di accettare la protezione sovietica. Da allora ebbe inizio un flusso di aiuti economici, tecnici e militari dall’URSS verso l’isola dei Caraibi. Nel gennaio del 1961, quando Castro chiese di ridurre il personale dell’ambasciata americana da 130 a 11 membri, il governo di Washington decise di rompere le relazioni diplomatiche fra i due paesi.
Nel 1961 si diede esecuzione al piano per ribaltare la situazione a Cuba: il 17 aprile 1200 esuli sbarcarono sulla costa meridionale dell’isola di Cuba, nella Baia dei Porci, confidando con il loro sbarco di dare la scintilla di un’insurrezione popolare contro Castro; Kennedy, male informato dai servizi segreti americani, ritenendo che l’impresa avrebbe avuto facile successo, negò agli invasori l’appoggio aereo, per dimostrare una neutralità nella quale nessuno poteva credere; in tre giorni tutti gli uomini sbarcati vennero fatti prigionieri, senza che lo sbarco accendesse la benché minima scintilla di rivolta. Ben presto risultò chiaro che, nonostante il tentativo di negare le responsabilità americane nello sbarco, i “volontari” erano stati addestrati dalla CIA, che aveva la responsabilità di tutto l’episodio: la perdita di prestigio fu notevole. Castro ebbe la possibilità di accusare gli USA di mire aggressive e tutte le sue iniziative di autodifesa vennero automaticamente legittimate. Il 1° maggio Castro dichiarò che Cuba era una repubblica socialista e da allora la trasformazione del sistema cubano in senso marxista-leninista, cioè modellato sull’esempio sovietico, divenne irreversibile.
L’idea di installare basi missilistiche sovietiche a Cuba nacque a Mosca fra aprile e maggio del 1962; essa era il risultato di tre valutazioni: offrire una migliore protezione al baluardo comunista nell’emisfero occidentale, controbilanciare la supremazia nucleare americana e seminare il sospetto che l’iniziativa a Cuba fosse una nuova fase dell’offensiva diplomatico-nucleare sovietica già lanciata contro Berlino.
Esponenti cubani e sovietici misero a punto la bozza di un trattato che regolamentava sia l’invio a Cuba di un contingente militare sovietico di circa 45.000 uomini, sia l’installazione nell’isola, nel più assoluto segreto, di cinque reggimenti specialistici capaci di lanciare non meno di 40 missili nucleari contro il territorio USA, oltre una serie di missili tattici da utilizzare contro un eventuale invasione americana dal mare.
Per la fine di agosto si passò all’esecuzione di quanto progettato e I servizi segreti americani cominciarono ad avere notizie sui fatti.
Dopo che il 15 ottobre i rilievi fotografici avevano confermato i sospetti che erano in costruzione basi missilistiche sul territorio cubano, a partire dal 16 ottobre si riunì il Comitato Esecutivo del Consiglio di Sicurezza Nazionale americano. I rischi militari vennero valutati come non risolutivi per la supremazia USA negli armamenti nucleari, ma più importanti apparvero i rischi diplomatici e quelli politici. Si pensò che i sovietici volessero esercitare su Cuba la pressione che erano stati costretti ad allentare su Berlino; esistevano però anche aspetti politici più generali, relativi alla credibilità della potenza americana nel mondo e alla solidità della NATO, che dopo la crisi di Suez del 1956 non era stata ancora pienamente ristabilita.
Gli americani si orientarono per una risposta intermedia, che alzasse il livello dello scontro lasciando tuttavia ad entrambe le parti una via di uscita prima del ricorso a soluzioni estreme.
John F. Kennedy 1917-1963
Dopo il discorso di Kennedy alla nazione e il ricorso presentato alle Nazioni Unite dal delegato americano Adlai Stevenson, la tensione dei giorni seguenti raggiunse il suo massimo, intensissimi furono i contatti diplomatici fra le due superpotenze.
Le prime reazioni sovietiche e cubane furono negative: altri due ricorsi al Consiglio di sicurezza dell’ONU si aggiunsero a quello americano, ma Stevenson riuscì facilmente a dimostrare la fondatezza delle prove di cui poteva disporre. Dietro l’intransigenza si sviluppava però la riflessione e si dipanavano le implicazioni della mossa sovietica e della risposta americana. Ciò che più si temeva non era un gesto sovietico diretto contro la “quarantena” americana quanto una ritorsione contro Berlino. Gli Stati Uniti non potevano permettere che i missili sovietici, una volta scoperti, restassero a Cuba e dovevano perciò trovare il modo per uscire dalla crisi con il massimo successo possibile, ma anche senza oltrepassare la soglia di guardia. Né potevano sottovalutare i pericoli di una eventuale ritorsione in Germania. Dunque era necessario trovare sul piano politico una serie di concessioni compatibili con il ritiro dei missili già installati a Cuba.
Sotto la spinta dell’opinione pubblica mondiale, inspirata anche dall’intervento pacifista di papa Giovanni XXIII, un primo passo in direzione di un compromesso venne fatto da Chruscev, con la prima lettera, privata, inviata a Kennedy il 26 ottobre.
Dopo la seconda lettera, trasmessa dalla radio di Mosca la mattina del 27 ottobre, che chiedeva il ritiro dei missili installati in Turchia, Kennedy decise di rispondere in modo da consentire che egli apparisse come il vincitore dello scontro.
Il presidente americano rispose pubblicamente alla prima lettera, accettandola con un certo calore retorico e con alcune precisazioni formali, inserendo nella propria adesione allo scambio tra i missili cubani e la garanzia di non intervento a Cuba la frase “l’effetto di tale accordo nell’allentare le tensioni mondiali ci metterebbe in grado di lavorare verso un accordo più generale riguardante altri armamenti, come proposto nella vostra seconda lettera resa pubblica”.
La frase, a prima vista generica, acquistava molto significato in relazione alla seconda lettera e a quanto intanto succedeva a livello diplomatico.
L’incontro del 27 ottobre fra Robert Kennedy e il nuovo ambasciatore sovietico a Washington Anatoly Dobrynin stabilì il compromesso sostanziale, al quale non venne data pubblicità e la cui esistenza venne persino smentita ai senatori americani qualche mese più tardi dal segretario di Stato Rusk. Alla base del compromesso vi era l’annuncio dell’intenzione americana di rimuovere i missili Jupiter dalla Turchia e dall’Italia.
Raggiunto l’accordo la crisi scese rapidamente di tono. Il 28 ottobre 1962 era chiaro che lo scontro era stato evitato grazie al modo abilmente duro e duttile con il quale Kennedy lo aveva gestito e grazie al senso della misura di Chruscev.
Per l’Europa occidentale, cioè per i rapporti interni al sistema atlantico, la crisi di Cuba rappresentò il momento di avvio di una serie di chiarimenti di fondo. La crisi aveva avuto una gestione rigorosamente bipolare, nessuno dei paesi europei venne preventivamente consultato sulle decisioni del governo di Washington, né lo fu il Consiglio della NATO.
De Gaulle, che sostenne con energia la fermezza di Kennedy, e Adenauer, il quale considerò la crisi di Cuba provvidenziale perché allontanava il ripetersi di una crisi a Berlino, ravvisarono nella politica americana il desiderio di assumere in modo totale il compito di dirigere strategicamente la politica occidentale. Di qui la decisione dei due statisti di attuare un processo di rapido ravvicinamento (dal quale restò esclusa la Gran Bretagna, troppo legata agli USA) sanzionato dal trattato franco-tedesco del 22 gennaio 1963.
La crisi di Cuba appare come un momento di svolta. L’abbandono dei missili installati in Turchia e in Italia fece sì che nessun missile nucleare fosse più sistemato (fino al 1979) sul terreno continentale dell’Europa. Perciò, in un certo senso, lo scontro sintetizzava e concludeva una fase della storia dei rapporti fra le superpotenze negli anni di Kennedy e di Chruscev.
ATTUALITÀ
Legge 22 maggio 1978, n. 194.
Norme per la tutela sociale della maternità e sull'interruzione volontaria della gravidanza.
1. Lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio. L'interruzione volontaria della gravidanza, di cui alla presente legge, non è mezzo per il controllo delle nascite. Lo Stato, le regioni e gli enti locali, nell'ambito delle proprie funzioni e competenze, promuovono e sviluppano i servizi socio-sanitari, nonché altre iniziative necessarie per evitare che lo aborto sia usato ai fini della limitazione delle nascite.
2. I consultori familiari istituiti dalla legge 29 luglio 1975, n. 405, fermo restando quanto stabilito dalla stessa legge, assistono la donna in stato di gravidanza: a) informandola sui diritti a lei spettanti in base alla legislazione statale e regionale, e sui servizi sociali, sanitari e assistenziali concretamente offerti dalle strutture operanti nel territorio; b) informandola sulle modalità idonee a ottenere il rispetto delle norme della legislazione sul lavoro a tutela della gestante; c) attuando direttamente o proponendo allo ente locale competente o alle strutture sociali operanti nel territorio speciali interventi, quando la gravidanza o la maternità creino problemi per risolvere i quali risultino inadeguati i normali interventi di cui alla lettera a); d) contribuendo a far superare le cause che potrebbero indurre la donna all'interruzione della gravidanza. I consultori sulla base di appositi regolamenti o convenzioni possono avvalersi, per i fini previsti dalla legge, della collaborazione volontaria di idonee formazioni sociali di base e di associazioni del volontariato, che possono anche aiutare la maternità difficile dopo la nascita. La somministrazione su prescrizione medica, nelle strutture sanitarie e nei consultori, dei mezzi necessari per conseguire le finalità liberamente scelte in ordine alla procreazione responsabile è consentita anche ai minori.
3. Anche per l'adempimento dei compiti ulteriori assegnati dalla presente legge ai consultori familiari, il fondo di cui all'articolo 5 della legge 29 luglio 1975, n. 405, è aumentato con uno stanziamento di L. 50.000.000.000 annui, da ripartirsi fra le regioni in base agli stessi criteri stabiliti dal suddetto articolo. […]
4. Per l'interruzione volontaria della gravidanza entro i primi novanta giorni, la donna che accusi circostanze per le quali la prosecuzione della gravidanza, il parto o la maternità comporterebbero un serio pericolo per la sua salute fisica o psichica, in relazione o al suo stato di salute, o alle sue condizioni economiche, o sociali o familiari, o alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento, o a previsioni di anomalie o malformazioni del concepito, si rivolge ad un consultorio pubblico istituito ai sensi dell'articolo 2, lettera a), della legge 29 luglio 1975 numero 405 , o a una struttura socio-sanitaria a ciò abilitata dalla regione, o a un medico di sua fiducia.
5. Il consultorio e la struttura socio-sanitaria, oltre a dover garantire i necessari accertamenti medici, hanno il compito in ogni caso, e specialmente quando la richiesta di interruzione della gravidanza sia motivata dall'incidenza delle condizioni economiche, o sociali, o familiari sulla salute della gestante, di esaminare con la donna e con il padre del concepito, ove la donna lo consenta, nel rispetto della dignità e della riservatezza della donna e della persona indicata come padre del concepito, le possibili soluzioni dei problemi proposti, di aiutarla a rimuovere le cause che la porterebbero alla interruzione della gravidanza, di metterla in grado di far valere i suoi diritti di lavoratrice e di madre, di promuovere ogni opportuno intervento atto a sostenere la donna, offrendole tutti gli aiuti necessari sia durante la gravidanza sia dopo il parto. Quando la donna si rivolge al medico di sua fiducia questi compie gli accertamenti sanitari necessari, nel rispetto della dignità e della libertà della donna; valuta con la donna stessa e con il padre del concepito, ove la donna lo consenta, nel rispetto della dignità e della riservatezza della donna e della persona indicata come padre del concepito, anche sulla base dell'esito degli accertamenti di cui sopra, le circostanze che la determinano a chiedere l'interruzione della gravidanza; la informa sui diritti a lei spettanti e sugli interventi di carattere sociale cui può fare ricorso, nonché sui consultori e le strutture socio-sanitarie.
Quando il medico del consultorio o della struttura socio-sanitaria, o il medico di fiducia, riscontra l'esistenza di condizioni tali da rendere urgente l'intervento, rilascia immediatamente alla donna un certificato attestante l'urgenza. Con tale certificato la donna stessa può presentarsi ad una delle sedi autorizzate a praticare la interruzione della gravidanza. Se non viene riscontrato il caso di urgenza, al termine dell'incontro il medico del consultorio o della struttura socio-sanitaria, o il medico di fiducia, di fronte alla richiesta della donna di interrompere la gravidanza sulla base delle circostanze di cui all'articolo 4, le rilascia copia di un documento, firmato anche dalla donna, attestante lo stato di gravidanza e l'avvenuta richiesta, e la invita a soprassedere per sette giorni. Trascorsi i sette giorni, la donna può presentarsi, per ottenere la interruzione della gravidanza, sulla base del documento rilasciatole ai sensi del presente comma, presso una delle sedi autorizzate.
6. L'interruzione volontaria della gravidanza, dopo i primi novanta giorni, può essere praticata:
a) quando la gravidanza o il parto comportino un grave pericolo per la vita della donna;
b) quando siano accertati processi patologici, tra cui quelli relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro, che determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna.
7. I processi patologici che configurino i casi previsti dall'articolo precedente vengono accertati da un medico del servizio ostetrico-ginecologico dell'ente ospedaliero in cui deve praticarsi l'intervento, che ne certifica l'esistenza. Il medico può avvalersi della collaborazione di specialisti. Il medico è tenuto a fornire la documentazione sul caso e a comunicare la sua certificazione al direttore sanitario dell'ospedale per l'intervento da praticarsi immediatamente. Qualora l'interruzione della gravidanza si renda necessaria per imminente pericolo per la vita della donna, l'intervento può essere praticato anche senza lo svolgimento delle procedure previste dal comma precedente e al di fuori delle sedi di cui all'articolo 8. In questi casi, il medico è tenuto a darne comunicazione al medico provinciale. Quando sussiste la possibilità di vita autonoma del feto, l'interruzione della gravidanza può essere praticata solo nel caso di cui alla lettera a) dell'articolo 6 e il medico che esegue l'intervento deve adottare ogni misura idonea a salvaguardare la vita del feto. […]
8. L'interruzione della gravidanza e’ praticata da un medico del servizio ostetrico-ginecologico presso un ospedale […].
Nei primi novanta giorni l'interruzione della gravidanza può essere praticata anche presso case di cura autorizzate dalla regione, fornite di requisiti igienico-sanitari e di adeguati servizi ostetrico-ginecologici. […]
9. Il personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie non è tenuto a prendere parte alle procedure di cui agli articoli 5 e 7 ed agli interventi per l'interruzione della gravidanza quando sollevi obiezione di coscienza, con preventiva dichiarazione. […]
L'obiezione di coscienza esonera il personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie dal compimento delle procedure e delle attività specificamente e necessariamente dirette a determinare l'interruzione della gravidanza, e non dall'assistenza antecedente e conseguente all'intervento. Gli enti ospedalieri e le case di cura autorizzate sono tenuti in ogni caso ad assicurare lo espletamento delle procedure previste dall'articolo 7 e l'effettuazione degli interventi di interruzione della gravidanza richiesti secondo le modalità previste dagli articoli 5, 7 e 8. La regione ne controlla e garantisce l'attuazione anche attraverso la mobilità del personale. L'obiezione di coscienza non può essere invocata dal personale sanitario, ed esercente le attività ausiliarie quando, data la particolarità delle circostanze, il loro personale intervento è indispensabile per salvare la vita della donna in imminente pericolo. L'obiezione di coscienza si intende revocata, con effetto, immediato, se chi l’ha sollevata prende parte a procedure o a interventi per l'interruzione della gravidanza previsti dalla presente legge, al di fuori dei casi di cui al comma precedente. […]
12. La richiesta di interruzione della gravidanza secondo le procedure della presente legge è fatta personalmente dalla donna. Se la donna è di età inferiore ai diciotto anni, per l'interruzione della gravidanza è richiesto lo assenso di chi esercita sulla donna stessa la potestà o la tutela. […]
Qualora il medico accerti l'urgenza dell'intervento a causa di un grave pericolo per la salute della minore di diciotto anni, indipendentemente dall'assenso di chi esercita la potestà o la tutela e senza adire il giudice tutelare, certifica l'esistenza delle condizioni che giustificano l'interruzione della gravidanza. Tale certificazione costituisce titolo per ottenere in via d'urgenza l'intervento e, se necessario, il ricovero. Ai fini dell'interruzione della gravidanza dopo i primi novanta giorni, si applicano anche alla minore di diciotto anni le procedure di cui all'articolo 7, indipendentemente dall'assenso di chi esercita la potestà o la tutela […].
FONTI E APPROFONDIMENTI
La Storia, Grandi Opere di UTET Cultura, Vol. 14 “Dalla guerra fredda alla dissoluzione dell’URSS”, La Repubblica, Roma, 2004
Ennio Di Nolfo, Storia delle relazioni internazionali 1918-1999, Roma-Bari, Editori Laterza, 2000
Per le fotografie: http://www.nndb.com/people/419/000024347/ e http://www.amherst.edu/magazine/issues/0304fallwinter/jfk/
Attualità: http://www.mpv.org/a_16_IT_279_1.html e http://www.cittadinolex.kataweb.it/article_view.jsp?idArt=30717&idCat=40
LA GERMANIA EST E IL MURO DI BERLINO
Nell’analizzare la situazione dell’Europa nel secondo dopoguerra non si può fare a meno di parlare di Berlino, centro simbolico della guerra fredda, e della situazione in Germania orientale dopo la morte di Stalin. Buona lettura.
I FATTI
Novembre 1958: richiesta di Chruscev alle potenze occidentali di smilitarizzare Berlino Ovest entro sei mesi (e di costituirla con lo status di città libera, indipendente dalle due Germanie), altrimenti l’URSS avrebbe stipulato una pace separata con la Repubblica Democratica Tedesca (RDT, la Germania dell’Est).
Agosto 1961: Walter Ulbricht, leader della RDT, ottiene al V congresso dei partiti comunisti in svolgimento a Mosca il permesso di chiudere il confine fra le due Germanie, per le sempre più numerose fughe verso l’Ovest da parte dei cittadini della RDT.
7 agosto 1961: Chruscev annuncia la chiusura del confine fra le Germanie.
13 agosto 1961: il confine viene chiuso con 40 km. di filo spinato. 25.000 uomini della polizia del popolo (i cosiddetti Vopos) vengono posti lungo la linea di confine.
Dal 23 agosto i berlinesi sono obbligati a richiedere un permesso per passare da una parte all’altra della città.
15 agosto 1961: i militari dell’Est rinforzano la barriera con blocchi di cemento e in pochi giorni vengono chiusi i palazzi della linea di confine.
Il muro non è una semplice parete che divide la città, ma un sistema di ostacoli e dispositivi studiati per renderne impossibile l’attraversamento senza autorizzazione.
IL CONTESTO
Dal 1953 al 1955, dopo la morte di Stalin (1953), il governo sovietico, mentre promuoveva un nuovo corso al proprio interno, si era impegnato anche a promuovere dei mutamenti nell’Europa orientale. La situazione più delicata era quella della Germania dell’Est. Il confronto troppo diretto con la Germania occidentale e i legami assai stretti che Mosca imponeva ai comunisti tedeschi componevano un insieme di arretratezza e mancata libertà di movimento che i tedeschi orientali fecero rilevare.
Il 16 e 17 giugno 1953 esplosero a Berlino Est e in altre città della Germania orientale violente manifestazioni contro il governo di Walter Ulbricht e contro i sovietici. Per reprimerle fu necessario l’intervento dei carri armati sovietici, che causarono centinaia di vittime. Oltre al problema dell’eco creato nel blocco dei paesi dell’est dal processo di destalinizzazione, in Germania il governo spingeva a ottenere una ferma risposta sovietica alla politica di Adenauer nella Germania Ovest (specie dopo l’approvazione nel 1954 dell’Unione Europea Occidentale, UEO e l’adesione della Germania Ovest alla NATO del 1955) e ai rapporti intertedeschi, resi più acuti dal persistere del flusso di emigrazioni clandestine dalla Germania orientale verso quella occidentale. Fra il 1949 e il 1958 circa 2.200.000 tedeschi orientali cercarono rifugio in Occidente, in gran parte passando attraverso Berlino. Negli anni successivi e fino al 1961 il flusso rimase costante e portò la cifra totale poco sotto i tre milioni di emigrati.
La crisi di Berlino del 1958-61 spesso viene considerata come un segno del perdurare della guerra fredda in Europa; le sue origini però rientrano nell’esigenza sovietica di trovare una linea d’azione politica che bilanciasse le spinte verso l’intransigenza provenienti dai settori più esposti al contrasto con gli Occidentali, con l’esigenza di non compromettere il cammino compiuto verso la distensione. Il 27 novembre 1958 il governo sovietico inviò alle potenze occidentali una lunghissima nota nella quale preannunciava la propria intenzione di sottoscrivere un trattato di pace separata con la RDT (alla fine della 2a guerra mondiale non era stato stipulato alcun trattato di pace con la Germania). I diritti occidentali su Berlino Ovest non sarebbero stati intaccati per sei mesi ma il 27 maggio 1959 il governo sovietico avrebbe consegnato la parte orientale della città al governo Ulbricht, nel frattempo diventato capo di un governo divenuto sovrano e indipendente.
Sarebbe stato poi compito della RDT rinegoziare con le potenze occidentali i loro diritti, inclusi quelli sulle vie di comunicazione verso Berlino. Gli Occidentali avrebbero così dovuto riconoscere la RDT, indebolendo di fatto Adenauer e il governo della Germania occidentale, che non aveva relazioni diplomatiche con i Paesi che avevano riconosciuto le Repubblica Democratica Tedesca.
L’iniziativa sovietica, più che lo scontro diretto, voleva mostrare la determinazione di Mosca ad appoggiare la RDT anche al prezzo di un allontanamento sine die della prospettiva di riunificazione, mirava a rassicurare Ulbricht sull’efficacia dell’appoggio sovietico e a dissuadere Adenauer dal voler dotare la Repubblica Federale Tedesca di un armamento nucleare atomico.
Il presidente americano Eisenhower si rendeva conto dei reali motivi della richiesta sovietica. Pochi mesi dopo, nel pieno delle discussioni per l’installazione dei missili a gittata intermedia nei paesi alleati, ammetteva il disagio sovietico immaginando che se il Messico o Cuba fossero divenuti comunisti (Castro sale al potere nel gennaio del 1959) e avessero installato sul proprio territorio missili sovietici, gli Stati Uniti avrebbero dovuto reagire. L’atteggiamento americano fu perciò quello di considerare illegittime le richieste sovietiche, ma, contemporaneamente, di dare risposte distensive, come la continuazione dei negoziati per il bando degli esperimenti nucleari e la proposta di tenere un vertice dei ministri degli Esteri a Ginevra (di fatto a Ginevra, nel 1959, l’ultimatum sovietico venne lasciato cadere, così come poi accadde alla proposta di nuclearizzare la Germania Ovest). Il problema restava aperto, ma senza l’urgenza generata dal tono della dichiarazione sovietica.
Dopo una pausa di un anno, durante la quale gli esuli in fuga dalla RDT aumentarono, Chruscev, il 6 gennaio 1961, approfittando del passaggio di poteri fra Eisenhower e il neo eletto Kennedy, riprese la sua campagna per il trattato di pace con la RDT.
In febbraio Kennedy propose un vertice a due per arrivare a un chiarimento; l’incontro, che si tenne in giugno a Vienna, si risolse in una reciproca incomprensione. Kennedy propose la discussione concreta dei problemi sul tappeto; Chruscev ribadì, con la sua tecnica irruente, le sue richieste su Berlino. Kennedy seguì una linea di moderazione e misura; Chruscev interpretò questo atteggiamento come timidezza o incertezza. Kennedy, lungi dall’essere il giovane inesperto che Chruscev pensava di trovarsi davanti, stava rapidamente imparando il mestiere di presidente, vide che Chruscev voleva ancora sviluppare una tattica aggressiva e si preparò a rispondere con energia. Il 25 luglio 1961 Kennedy espose in un discorso le proprie determinazioni; annunciò il rafforzamento degli armamenti convenzionali e fece capire che, oltre ad avere già accresciuto il potenziale nucleare americano, gli USA avevano abbandonato l’atteggiamento pacato di Eisenhower e non avrebbero più accettato di lasciarsi considerare come una potenza in declino. Gli USA non avrebbero mai lanciato per primi un’offensiva nucleare, ma i sovietici dovevano sapere che la superiorità nucleare americana era tale da porli al riparo da minacce sovietiche.
Il 3 agosto 1961,in una riunione del Patto di Varsavia, la decisione di costruire a Berlino un muro che rendesse impossibile lo stillicidio delle emigrazioni apparve non come un rimedio provocatorio ma come un compromesso fra l’intransigenza di Ulbricht e la cautela di Chruscev. In un discorso del 7 agosto 1961 Chruscev abbassò il tono della polemica e escluse che vi fosse da parte sovietica qualsiasi intenzione di violare i legittimi interessi occidentali a Berlino Ovest e lungo le vie di accesso alla città.
Il 13 agosto le autorità di Berlino Est incominciarono a costruire una serie di barriere che rapidamente divennero un’alta muraglia che da allora separò fisicamente le due parti della città. Le misure di sorveglianza poste in essere per impedire ogni infrazione al divieto di transito confermavano la determinazione del governo Ulbricht di porre termine una volta per tutte allo stillicidio dei rifugiati.
Il muro divenne un simbolo di infamia e di debolezza. Esso era l’ammissione del fatto che la situazione di Berlino non poteva essere modificata. Le regole della coesistenza competitiva assumevano il concetto che la Germania non doveva essere modificata dal punto di vista territoriale. La difesa dell’Europa centrale era affidata in modo stabile agli americani, che da allora si convinsero di dover rimanere in Europa fino a tempo indeterminato. L’alternativa, cioè la nascita di una Germania nucleare, avrebbe modificato l’equilibrio fra le due superpotenze sino a un punto troppo pericoloso perché entrambe le parti potessero accettarla.
ATTUALITÀ
LA GUERRA CIVILE AMERICANA (terza parte)
“Dal punto di vista della storia militare la Guerra civile Americana è stata la prima guerra moderna. Essa segnò il passaggio dalla guerra del passato, che impegnava principalmente le forze militari, alla guerra moderna, che in grado diverso investe ogni gruppo sociale e che in definitiva comporta l’impegno completo della vita di una nazione. […] Essa fu la prima grande esperienza militare del popolo americano e la sua maggiore esperienza storica. Il dramma, l’angoscia, il valore degli anni 1861-65 divennero parte indelebile della coscienza nazionale e così pure una profonda comprensione del significato di questa guerra. Essa è il grande evento su cui si impernia la storia degli Stati Uniti, come la rivoluzione del 1789 è il cardine della storia di Francia. Appianò alcune divergenze e le appianò in modo definitivo; pose fine alla schiavitù e gettò le basi del capitalismo industriale; inoltre rinsaldò l’Unione e diede stabilità, se non addirittura vita, alla moderna nazione americana. Sebbene gli americani non abbiano cessato di discutere alcuni problemi rimasti insoluti, il grande risultato della guerra, cioè il rafforzamento dell’Unione, è stato accettato da tutte le componenti della nazione. Dopo il 1865, non c’è più stato partito, o classe, o gruppo che abbia sia pure soltanto contemplato la possibilità o la convenienza di dividere la nazione”. [“Storia del mondo moderno”, Cambridge University Press].
Fu una guerra terribile con più di 600.000 morti, cioè più delle vittime che gli Stati Uniti ebbero sommando tutte le altre guerre, dalla rivoluzione del 1775 in poi, fino ad arrivare ed includendo la guerra del Vietnam. Del resto, i campi di battaglia che ho visitato sembrano fatti apposta per favorire la carneficina: grandi e aperte spianate dove i due eserciti si potevano confrontare frontalmente con pochi ripari. Sono stati conservati così come erano a futura memoria del sacrificio e dell’eroismo di quei soldati, che potevano morire a migliaia nello spazio di un solo giorno. Vicino al muro di pietra della Sunken Road nei pressi di Fredericksbug ne morirono 40.000. Sul fatto che questa guerra abbia lasciato un segno indelebile nel popolo americano a me, lo ripeto, visitatore superficiale e occasionale non lascia dubbio alcuno. La traccia più evidente, e se volete anche più banale, è sicuramente il Lincoln memorial , il monumento ad Abraham Lincoln che sorge a Washington, con la sua posizione in linea retta al Parlamento, che sembra sorvegliare notte e giorno il bene più prezioso conquistato a caro prezzo in quegli anni: l’unità della nazione. La schiavitù, che era stata una delle cause della guerra, era stata abolita da Lincoln il 1 gennaio 1863, ma da allora lunga e dolorosa sarebbe stata la strada verso una reale emancipazione. Alla fine della guerra Lincoln, che era fermamente deciso a trattare gli Stati sudisti non come una terra nemica conquistata, ma come fratelli traviati e ritrovati, venne assassinato. Una immensa campagna di linciaggio morale fu scatenata contro il sud, che rimase sotto occupazione militare fino al 1877. Benché l’unità della nazione fosse stata salvata la contrapposizione fra nord e sud rimase e si è trascinata fino ai giorni nostri. Dopo la Guerra Civile, Ulysses S. Grant, (che aveva comandato le armate del Nord) divenne presidente degli Stati Uniti nel 1868 e nel 1872, mentre Robert E. Lee (che aveva comandato le armate del Sud) finì con onore i suoi anni insegnando all’università. La casa di Lee, che venne requisita durante la guerra per farne un cimitero (l’odierno cimitero di Arlington), è oggi un monumento nazionale. Jefferson Davis, invece, (il presidente dei confederati) fu gettato in prigione con l’accusa, inoltre, di avere cospirato per l’assassinio di Lincoln. I militari, in definitiva, ebbero una sorte migliore di quella che toccò ai politici. In buona sostanza la Guerra Civile rinforzò quella che era una consuetudine che cominciò con Washington: chi aveva ben servito il Paese sotto le armi era il miglior candidato per guidare la nazione.Il segno indelebile di questa guerra è evidente anche guardando la produzione cinematografica americana: uno dei primi e più grandi successi di Hollywood fu il film “Gone with the wind”, ambientato durante la guerra civile. Anche la produzione più recente non ha smesso di interessarsi al periodo e “Gangs of New York” si chiude con l’emblematica scena di una guerra civile che spazza via il terreno di confronto dei due protagonisti, benché anche questo fosse fatto di sangue e scontri tra opposte fazioni: le regole del gioco, da allora, non sarebbero state più le stesse. Io credo sia necessario, che ci piaccia o no, capire fino in fondo questa guerra per capire come gli Stati Uniti sentano la “guerra” e più in generale tutte le guerre che combattono e combatteranno. Non bisogna dimenticare che l’Unione, che poi vincerà, risultò essere l’aggressore della Confederazione che aveva dichiarato la secessione (benché il fatto scatenante della guerra fu l’attacco dei confederati a Forte Sumter). Fu quindi una guerra di aggressione che portò all’unità del paese. E’ naturale allora che in un Paese come questo la parola “guerra” evochi certamente orrore e distruzione, non disgiunti però da una certa ineluttabilità che renda la guerra stessa un passaggio obbligato per raggiungere obbiettivi di ordine superiore, che possano giustificare un tale sacrificio. E’ un retaggio storico importante e ancora molto vivo con il quale dobbiamo fare i conti ogniqualvolta ci si trovi a confronto con gli Stati Uniti su questi temi purtroppo di scottante attualità.
FONTI E APPROFONDIMENTI
La Storia, Grandi Opere di UTET Cultura, Vol. 14 “Dalla guerra fredda alla dissoluzione dell’URSS”, La Repubblica, Roma, 2004
Ennio Di Nolfo, Storia delle relazioni internazionali 1918-1999, Roma-Bari, Editori Laterza, 2000
La Storia, Grandi Opere di UTET Cultura, Vol. 11 “Risorgimento e rivoluzioni nazionali”, La Repubblica, Roma, 2004
Maldwyn A. Jones, Storia degli Stati Uniti, in Storia Universale del Corriere della Sera, vol. 25, Milano, 2005
Storia del mondo moderno Vol. X “Il culmine della potenza europea 1830-1870”, Cambridge University Press, 1964, Pubblicato in Italia da Garzanti , ristampa del 1997 - “The Civil War. A film by Ken Burns”, 1990, DVD by PBS Home Video year 2002